sabato 25 novembre 2017

IL SESSO TRA LIBERTA' E DIPENDENZA

Oggi, 25 novembre, è la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, vertice di una grande mobilitazione dell'opinione pubblica, che sta coinvolgendo un numero sempre più alto di associazioni, istituzioni e singole persone. I dati offerti in Italia dall'Istat e dal Ministero dell Giustizia sono impressionanti. Basterebbe dire che negli ultimi 5 anni si sono verificati 774 casi di omicidio di donne, con una media di 150 l'anno: ogni due giorni circa in Italia viene uccisa una donna. Le donne che nel corso della loro vita hanno subito una qualche forma di violenza sfiorano i 7 milioni!
È giusto - più che giusto, doveroso - farsi carico di questo volume intollerable di violenza, che si annida a volte nei luoghi più ordinari della vita quotidiana. L'ultima cosa di cui abbiamo bisogno è "usare" la violenza per condurre una battaglia corporativa, fatta di distinguo, di donne che provocano, di ritardi nelle denunce e via discorrendo. Molto semplicemente il problema riguarda tutti: donne e uomini, giovani e vecchi, ricchi e poveri, istituzioni e privati cittadini…
Una considerazione simile dovrebbe farsi per la piaga della pedofilia, della tratta, della prostituzione; persino - e forse ancora di più, perché il fenomeno ci appare più tollerabile - di quelle forme di sessualità subìta, patita, banalizzata, mercificata… In questo campo le vittime e i carnefici possono essere ovunque e deve essere l'intero corpo sociale che deve farsene carico, anche se non ci sono testimonial più o meno famosi/e a guidare la protesta.
Allagare lo spettro dell'attenzione non è però semplicemente una questione sociologica: la ricerca in tutte le direzioni delle vittime di violenza sessuale, oltre stereotipi e luoghi comuni,  è solo un primo passo, necessario e insufficiente. 
Il secondo passo comporta una riflessione ancor più radicale sul nostro rapporto con la sessualità (intendendo ovviamente con sessualità una dimensione personale e relazionale ben più estesa e profonda della semplice genitalità…). Appartiene alla nostra cultura la pretesa (l'illusione?) di aver "sdoganato" la sessualità, liberandola da una serie di pregiudizi sociali, educativi e religiosi che vi hanno sempre visto un luogo di perdizione o di sottomissione (nel peggiore dei casi) o semplicemente (nel migliore) una sorta di pedaggio più o meno piacevole da pagare ai fini della riproduzione.
Il '68 ha segnato uno spartiacque importante in proposito; prima ancora, per i credenti, lo è stato il Concilio. La bandiera della libertà, da allora, ha potuto sventolare anche nella vita privata, non solo nella sfera pubblica. Se è vero che la sessualità è il linguaggio dell'amore umano, con tutto il suo repertorio fragile ed esigente di fedeltà, di rispetto, di tenerezza, di affidamento reciproco, dobbiamo ammettere che l'obiettivo della liberazione sessuale non sembra raggiunto; anzi, per molti versi, parrebbe che stiamo rapidamente tornando indietro. Una pericolosa regressione culturale attraversa oggi tutti gli strati sociali, nessuno escluso: la vita sessuale sta ridiventando il terreno in cui sperimentare il gioco pericolosissimo della preda e del predatore. Un gioco selvaggio, animalesco, fatto di agguati sempre possibili, quando meno te l'aspetti: non solo ossessioni pornografiche, ricatti affettivi, aggressività verbali, stalking, ma stupri veri e propri; a volte pianificati persino in branco, ripetutamente, spudoratamente. Da immigrati semianalfeti e disperati, da ricconi sfrontati e irresponsabili. Il cinema ce lo racconta nei minimi particolari, a volte con una crudezza che ci ferisce nel profondo e non ci lascia quasi mai come eravamo prima.
Nell'epoca in cui aumentano le libertà, aumentano anche le dipendenze. Questo è il punto. In ogni campo: nelle droghe, nell'alcool, nei videopoker… Perché non dovrebbe essere così anche nel sesso? Quando le ragazzine vendono la loro verginità per la ricarica di un telefonino, il messaggio - più o meno subliminale - è chiarissimo: se i nostri corpi sono in vendita a prezzi così bassi, vuol dire che valgono davvero poco; perché allora non andare fino in fondo, facendo saltare l'ultimo diaframma fra la tua e la mia libertà? Violare un corpo non significa più profanare un mistero, ma semplicemente spassarsela in un divertimento effimero a costo zero: perché scandalizzarsi tanto? È più che giusto mandare in carcere chi assalta un castello, ma è ipocrita stracciarsi le vesti per chi ruba una caramella. Molte giustificazioni in difesa della pedofilia sono più o meno di questo tipo.
Forse dobbiamo tornare a riscrivere il lessico della sessualità a partire dalla grammatica dell'amore.
Nei suoi Taccuini Albert Camus ha scritto un elogio sorprendente della castità (che è cosa ben diversa dalla verginità e che per questo riguarda tutti coloro ai quali sta a cuore la differenza tra amore ed egoismo); le sue parole, che forse non ci aspetteremmo da lui, c'interrogano profondamente: “C’è un momento in cui la sessualità è una vittoria, quando la si libera dagli imperativi morali. Ma presto diventa una disfatta, e la sola vittoria è quella che si consegue su di essa: la castità”.

mercoledì 1 novembre 2017

IL SACRO E IL SANTO


«Le opere di artisti e letterati hanno vita più lunga delle gesta di soldati, di statisti e mercanti. I poeti ed i filosofi vanno più in là degli storici. Ma i santi e i profeti valgono di più di tutti gli altri messi assieme»
(A.J.Toynbee)


Il primo novembre i cristiani celebrano la festa di tutti i santi. In passato questa festa ci appariva con contorni sfocati e lontani, fino a confondersi con la commemorazione dei defunti, che cade il giorno seguente e che assegnava all'intero mese di novembre un timbro devozionale particolarmente mesto e accorato. Oggi la "concorrenza" viene dalla festa di Halloween, che alcuni cristiani caricano di sfumature sinistre, quasi fosse un inconsapevole veicolo diabolico da scomunicare senza esitazioni.
No, forse la verità è un'altra, più profonda di quanto possiamo immaginare. Non abbiamo più la fede, le parole, l'immaginario sociale, la cultura per riconoscere la santità. Non sappiamo più, letteralmente, che cosa significhi essere santo. Anche questa festa, come la domenica, ormai serve semplicemente a preservare il perimetro del tempo libero dai ritmi infernali del lavoro; una scatola vuota che la macchina consumistica riempie astutamente di centri commerciali aperti, seduttivi e tristemente festosi, facendoci balenare l'idea alienante che solo un mondo finto (con le sue vie e piazze finte…) può farci dimenticare quello vero. Anche gli atei militanti e diversamente clericali, che danno vita a una controchiesa, fatta di crociate contro tutti i simboli religiosi, si guardano bene dal chiedere l'abolizione della festa di tutti i santi…
Abbiamo scambiato la sacralità con la santità: questo, forse, è il problema. 
Il sacro è una proprietà delle cose. Nel mio, ormai vecchio, libro "Cielo di plastica", avevo scritto così: 
«La purezza separata del sacro è simbolicamente raffigurata da luoghi ben delimitati, da oggetti destinati esclusivamente al culto, da sacerdoti che pagano la separazione dalla collettività con il privilegio di essere insostituibili intermediari con il divino. Tra questi due mondi non sono ammesse contaminazioni: il “sacrilegio” è precisamente una violazione dell’intoccabilità del sacro, che viene “profanato” quando è macchiato con qualcosa di profano. Il “sacrificio”, invece, è quell’atto con il quale s’instaura un qualche rapporto fra i due mondi, attraverso l’offerta di una vittima».
Il santo esprime invece la qualità della relazione personale, che diventa vera e propria comunione con Dio. Il teologo e filosofo israeliano André Neher lo esprime così: «L’uomo incontra Dio: è l’alleanza. L’uomo si sforza di essere a immagine di Dio: è la santità». L'altezza di questa comunione raggiunge un vertice assoluto in Cristo, riconosciuto da un uomo posseduto come «il santo di Dio» (Lc 4,34). La santità di Dio è il fondamento incrollabile dell'Alleanza, che si trasforma per l'umanità in comunione partecipata; una comunione sperimentata nella ferialità e nello stesso tempo, proprio per questo, capace di oltrepassare le barriere dello spazio e del tempo. 
Oggi è la festa dei "santi senza aureola", come scrivono le monache Agostiniane di Rossano; la festa delle persone normali, che sono capaci di guardare oltre. Di credere oltre, di sperare oltre, di amare oltre. È solo l'oltre che può accomunarci davvero, perché non è inquinato da quel mondo idolatrico, fatto di terra, che ci rende così apatici o feroci, a seconda dei casi.
Il fatto che stiamo vivendo tutti nell'epoca del "disincanto del mondo" non deve impedirci di vedere che questa desertificazione spirituale sta producendo un nuovo "reincantamento". Il sacro cacciato dalla porta sta rientrando dalla finestra. Si chiama occultismo, esoterismo, irrazionalismo, consumismo, narcisismo…; insomma, adorazione cieca del nulla. Per questo la vera alternativa al disincanto non è una bella "crociata del sacro": è lasciarsi interpellare dai "santi senza aureola" e cercare nella loro ferialità, così normale e insieme così eroica e benedetta, una scintilla di trascendenza.

lunedì 16 ottobre 2017

Orizzonti del desiderio, domande di felicità

È uscito il n. 3/2017 di Dialoghi. Il dossier, sul tema "Orizzonti del desiderio, domande di felicità", presenta interventi molto interessanti di Enzo Appella, Piermarco Aroldi, Fabio Introini, Martha C. Nussbaum, Francesco Stoppa, Susy Zanardo. Ecco la mia introduzione al dossier:

Un paradosso rende oggi particolarmente difficile il continuo rincorrersi di desiderio e felicità, che plasma le attese del mondo giovanile e disegna l’architettura della vita personale e comunitaria: un’inflazione di promesse di felicità – più o meno autentiche e liberanti – non riesce a estinguere la sete del desiderio. Cresce in modo pervasivo l’offerta di felicità a buon mercato, ma nello stesso tempo anche la domanda continua a crescere, secondo una dinamica che si riflette sull’orizzonte del desiderio, strappandolo da quel cielo stellato in cui sembrerebbe avere la sua origine (de-sidera) e sfigurandolo nel frullatore del consumismo.
Come ci ha ricordato Taylor, abbiamo ancora a che fare con il paradigma romantico dell’autenticità, che concepisce la vita come l’arte di esprimere se stessi seconda la misura unica della propria vocazione. Oggi, tuttavia, questo stile di vita è diventato un fenomeno di massa, si è banalizzato, riconciliandosi con l’ideologia del consumo fine a se stesso; non più il “cosmo incantato” dei romantici, ma un luogo frenetico e virtuale di dissipazione e stordimento. Nell’epoca del disincanto, la domanda di felicità resta altissima, ma non sembra più trovare nell’altezza del desiderio una misura esigente e costruttiva; al contrario, rischia di piegare il desiderio alle proprie voglie effimere, in una paradossale inversione dei ruoli: non è più il desiderio a generare e orientare la domanda di felicità, è il laboratorio permanente di sperimentazione della felicità che produce retroattivamente nuove figure del desiderio, meno esigenti e più plastiche.
Il dossier cerca di tener conto di questo panorama così variegato e in movimento, attraverso un percorso che muove dall’ascolto del mondo giovanile, riletto alla luce di dinamiche culturali e sociali più ampie. L’attenzione quindi si sposta sulla questione fondamentale del rapporto tra desiderio e felicità, esplorata da angolature diverse e aspetti complementari. Segue un approfondimento intorno alla figura di Gesù come uomo compiutamente felice, mentre l’ultimo intervento, affidato a una voce autorevole del dibattito contemporaneo, introduce una tematica in qualche modo “eccentrica”, che sposta il tema verso le frontiere estreme della rabbia e del perdono.
Interrogandosi sulla domanda giovanile di una “società felice”, Fabio Introini si chiede quanto la logica capitalista del bisogno possa rispondere al desiderio che abita ogni essere umano. Dai risultati di una ricerca dell’Istituto G. Toniolo sui cosiddetti “millennials”, emerge un’idea dinamica e performativa di felicità, secondo la quale “rimboccarsi le maniche” ed essere artefici del proprio futuro possono essere un fattore di profonda innovazione sociale. Anche la Rete, interpellata da Piermarco Aroldi Rete come luogo privilegiato per osservare queste dinamiche, presenta la felicità come un’arte e una forma quotidiana della cura di sé, in cui tuttavia spesso prevalgono profili di autoreferenzialità soggettiva, e l’allentamento dei legami sociali tende a essere surrogato dalla connettività propria dei “network sociali”.
Partendo dall’idea della felicità come appagamento totale del desiderio, Susy Zanardo esplora l’orizzonte del desiderio come “modo singolare di stare al mondo”, che mi porta oltre me stesso, fino a giungere ai bordi estremi della Trascendenza, in un intreccio irriducibile di finito e infinito. Francesco Stoppa rilegge quindi in termini di psicologia del profondo il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, rilevando nel desiderio, oltre ogni logica consumistica, un “punto di inaggirabile alterità”; una “felice lacerazione” che spinge a cercare la radice di noi stessi in un altrove, e può “convolare a nozze” con la felicità solo sulle ali della speranza.
Enzo Appella propone un’analisi puntuale della figura di Gesù e quindi del modello evangelico di felicità che egli incarna in modo esemplare. Se riusciamo a liberarci dal timore ingiustificato che la vera umanità possa far velo alla vera divinità di Gesù, cogliendo quindi il senso della sobrietà dell’arte biblica di raccontare, possiamo riscoprire Gesù come capace di gioire e rendere gioiosi gli altri, libero di amare anche ciò che s’è perduto e riportarlo in questo modo nell’orbita della felicità.
Infine, esplicitando e riassumendo alcuni temi centrali di un suo libro recente, Martha C. Nussbaum ci parla di rabbia e di perdono; in particolare esprime diffidenza nei confronti di unidea gerarchica e transazionale di perdono, ridotto a una logica dello scambio. Ugualmente può esserci anche unidea asimmetrica della compassione, irrimediabilmente gerarchica e paternalistica, accanto a una visione egualitaria, centrata sulla comune fragilità di tutti gli uomini, che la Nussbaum vede attestata soprattutto nella tradizione stoica e che in realtà, si potrebbe aggiungere, rappresenta il cuore stesso del messaggio evangelico. Quello che invece per la Nussbaum è più appropriato alle relazioni umane è un atteggiamento di amore in-condizionato e di generosità, di cui riconosce “ampie attestazioni nel Vangelo”, che non solo non fa dipendere il perdono dal pentimento, ma depone ogni sentimento di superiorità. In ogni caso, sullo sfondo resta la grande sfida, soprattutto per il mondo giovanile, di mettere in circolo valori ed emozioni; una società rispettabile che si batte per la giustizia non può non chiedersi come «condurre le persone a sostenere la giustizia nei loro animi».
Siamo così rinviati al grande tema di un’apertura reciproca tra interiorità e comunità, senza la quale non si dà desiderio felice né felicità desiderante.


venerdì 13 ottobre 2017

Uomini contro

So bene quale può essere la facile, facilissima obiezione ai pensieri che vorrei condividere con i miei lettori: non si può generalizzare. Il caso della Catalogna è particolare, è particolare il caso della Brexit... Per la vita privata si può dire la stessa cosa: la storia di quei due ragazzi, di quella coppia, di quella famiglia è un caso a sé, un caso assolutamente unico. I motivi delle divisioni sono altri, ben altri, così come ben altre dovrebbero essere le analisi e le soluzioni. La lista dei “benaltristi”, un po’ sapientoni e un po’ inconcludenti, è sempre lunghissima...
Eppure, resta il sospetto che il moltiplicarsi inarrestabile di “casi unici” debba interrogarci, debba farci misurare con la sfida e il rischio di una sintesi. La domanda per riassumere la questione potrebbe essere la seguente: siamo in presenza di patologie sporadiche e occasionali, oppure dobbiamo fare i conti con una vera e propria epidemia?
La Catalogna non si riconosce più come parte integrante della Spagna, dentro la quale tuttavia non sembrerebbe che fosse vittima di discriminazioni o soprusi inaccettabili...
Il Regno Unito ha risposto a un referendum (forse convocato in modo improvvido, anche - o soprattutto - per beghe di partito) con la cosiddetta “Brexit”, mostrando di essere, tutto sommato, ancora troppo affezionata a un vecchio adagio: “Nebbia sulla Manica, il continente è isolato”.
Nella Chiesa cattolica, scopiazzando il costume diffuso per cui nel Paese esisterebbero tanti Commissari tecnici della nazionale di calcio quanto sono i cittadini, ogni cristiano si sente ormai perfettamente in grado di insegnare al Papa il suo mestiere. Con un corollario preoccupante e patetico: la vera Chiesa è quella che la pensa come me; anzi, a pensarci bene, la vera Chiesa sono IO.
Per trovare una deriva equivalente nel mondo della scuola, basta frequentare i gruppi whatsapp di genitori, che pullulano un po’ ovunque: tante piccole tribù autorefenziali e sempre arrabbiate, in stato di mobilitazione permanente. Spesso l’unico collante è “essere contro”: contro gli insegnanti, contro i dirigenti, contro i bidelli, quasi mai contro i propri figli...
Nelle portinerie degli ospedali ammiccano le locandine di disperati studi legali, che promettono azioni taumaturgiche contro chirurghi, medici, infermieri, istituzioni ospedaliere, lasciando balenare in teoria il sogno di rimborsi da favola, ma facendo schizzare in pratica i costi delle polizze di assicurazione e della medicina difensiva: “Ti inondo di analisi cliniche, costosissime e spesso inutili. Voglio vedere se continui a rompere...”
Non parliamo della politica, dove le correnti interne ai grandi partiti fanno persino una magnifica figura dinanzi all’opportunismo dilagante e al frazionismo irresistibile, a tutti i livelli: dal Parlamento al più piccolo dei Comuni. Le scissioni e i partitini personali aumentano a vista d’occhio, aumentano le sigle sindacali, aumentano i gruppi e i gruppuscoli, trasformando alcuni settori strategici del Paese in un far west, luogo di agguati e di ricatti: “Se tu non mi dai ragione, me ne vado sbattendo la porta. Ti faccio vedere io di che cosa sono capace!”
E Trump, che vuole uscire praticamente da tutto (accordi sul clima, accordo sul nucleare con l’Iran, Unesco ecc), dove lo mettiamo?
Senza parlare della conflittualità dilagante nei luoghi di lavoro, negli organismi di partecipazione, nelle rappresentanze... A volte la realtà supera l’immaginazione e nemmeno i talk show riescono a mimare così bene lo scontro che prevale sull’incontro, l’urlo che prende il posto dell’ascolto.
Le esemplificazioni più facili e a portata di mano, tuttavia, le troviamo nel circuito degli “affetti corti”: sempre più corti, sempre più friabili, sempre più violenti. Le scemenze sulle quali una volta due coniugi mettevano una pietra sopra, suggellando la pace con un abbraccio più forte di sempre, oggi bastano e avanzano per rompere definitivamente un legame. Le futilità all’origine dei divorzi facili nel mondo dello spettacolo, che ieri ci scandalizzavano tanto, oggi impallidiscono dinanzi a un vero e proprio fenomeno di massa: la leggerezza frivola di tante attricette in cerca di successo è stata sepolta da una aggressività incattivita, rancorosa, volgare e ahimè spesso sanguinaria. La cronaca rosa e la cronaca nera ormai si confondono...
Intendiamoci: le cose che non vanno sono tantissime, forse troppe. La denuncia e l’indignazione sono, spesso, più che giustificate; i problemi esistono, e in alcuni casi mettere distanza tra le persone potrebbe essere non solo lecito, ma persino opportuno.
Il problema è un altro: stiamo trasformando in maniera scientifica le difficoltà in pretesti, i problemi in alibi, i conflitti in vere e proprie guerre...
Come se non bastasse, abbiamo smesso di chiamare le cose con il loro nome e in questo modo non ci raccapezziamo più: autonomia è sinonimo di libertà senza responsabilità; sovranismo è lo slogan che cerca di sdoganare il più ingombrante “nazionalismo”, coprendo di fatto tutti gli egoismi e gli opportunismi, più o meno corporativi; il desiderio è il nuovo nome del diritto, che a sua volta ripudia il suo “fratello gemello”, costituito dal dovere.
Il mix esplosivo di convenienza e sospetto cerca di soppiantare ogni atteggiamento di fiducia e cooperazione. Condanniamo il pensiero unico e il mito del profitto a ogni costo, ma stiamo diventando paladini di qualcosa di peggiore, per il quale non vale nemmeno l’appello alla razionalità strumentale: un egoismo capriccioso e arrogante, che non riconosce debiti di fedeltà né doveri di partecipazione.
A forza di tagliare - uno dopo l’altro - molti, troppi nodi, la rete si sta allentando e, come accade in questi casi, comincia a lasciar cadere, nell’indifferenza generale, proprio le persone più deboli e più fragili. Non sto esagerando: molte guerre, più o meno (in)civili, sono cominciate esattamente così.

domenica 1 ottobre 2017

I mali dell'Università, oltre i concorsi truccati


Gli scandali che si abbattono, periodicamente, sull'Università (ma si dovrebbe dire: sulla gestione scorretta di alcuni concorsi da parte di alcune commissioni) pongono una questione molto grave - anzi gravissima - che investe non solo la comunità universitaria nel suo complesso, ma le responsabilità della politica e, in senso più ampio, dell'intero Paese. Sullo stato di salute generale del sistema universitario italiano esistono studi approfonditi: segnalo, fra i più recenti, il libro di G. Capano, M. Regini, M. Turri, Salvare l'università italiana. Oltre i miti e i tabù, Il Mulino, Bologna 2017; interessante anche l'articolo di Juan Carlos De Martin:Come sta l'Università italiana? Sul piano dei valori ideali, si segnala l'intervento odierno di papa Francesco a Bologna, che nel suo Incontro con gli studenti e il mondo accademico richiama tre diritti fondamentali: alla cultura, alla speranza e alla pace.
Molto più modestamente, io vorrei condividere alcune riflessioni in seguito all'inchiesta giudiziaria sul concorso di Diritto tributario.
1) Anzitutto è bene ricordare che la presenza di fenomeni corruttivi è ormai diffusa quasi ovunque, perché prima di tutto la tentazione è dentro ognuno di noi, e nessuno deve presumere di esserne immune per "diritto divino". L'elenco potrebbe essere molto lungo: amministratori comunali, magistratura, forze dell'ordine, uomini di Chiesa… È certamente un'aggravante quando fenomeni di corruzione diffusa si manifestano in questi ambiti, che, come l'università, dovrebbero essere luoghi esemplari di specchiata onestà; un'aggravante che non deve indurre atteggiamenti di passiva rassegnazione, magari dopo una fiammata effimera di indignazione.
2) Nel caso dell'università il fenomeno dei concorsi truccati non è nuovo e spesso accade, è bene ricordarlo, in alcuni settori disciplinari più "ricchi": quelli in cui la libera attività professionale, che si aggiunge alla docenza universitaria, comporta la possibilità di impegnare a tempo pieno molti giovani (studi professionali o corsie d'ospedale…), spesso compensando lo sfruttamento con la promessa di una carriera assicurata. In questi casi, il fenomeno diventa veramente indecente e deve essere perseguito in modo rapido ed efficace.
3) Nel corso degli ultimi decenni, tuttavia, per prevenire questi fenomeni, sono stati apportati molti correttivi: si sono cambiate spesso le regole dei concorsi (prevedendo il sorteggio dei commissari, o una combinazione di voto e di sorteggio, quindi inserendo nelle commissioni un membro straniero, ecc.). Il doppio livello attualmente in vigore (una abilitazione nazionale e una chiamata dalla sede universitaria, con un doppio concorso quindi) appare un buon punto di equilibrio. Tuttavia, ogni normativa si può aggirare, non illudiamoci.
4) La proposta di Raffaele Cantone, Presidente dell'autorità nazionale anticorruzione, di aprire le commissioni a membri esterni, appare di difficile - se non impossibile realizzazione -, oltre al fatto che trasmette l'idea negativa di una sorta di "commissariamento" delle università. L'esempio di Cantone è piuttosto facile: perché non chiamare uno scrittore in una commissione di Letteratura italiana? E per una commissione di Logica matematica o di Papirologia, chi chiamiamo? Chi valuta e sceglie competenze estremamente specialistiche, soprattutto in ambito di ricerca pura? Lasciamo stare, mi pare che questa uscita sia stata piuttosto imprudente…
5) Un problema ancora più delicato è il seguente: chi è il candidato migliore, che merita in modo obiettivo e inequivocabile di vincere un concorso universitario? L'università non è solo un istituto di ricerca: il candidato ideale deve offrire un mix di competenze scientifiche e didattiche, che ogni università deve valutare in rapporto alle proprie esigenze. Ho conosciuto, a vari livelli, persone che in assoluto apparivano intellettualmente e scientificamente come le più dotate; tuttavia, alla prova dei fatti, si sono rivelate del tutto inadatte al compito: perché presuntuose, inaffidabili, prive di attitudini cooperative, incapaci di "fare gioco di squadra" e soprattutto di comunicare e di insegnare (in molti casi, volutamente, per evitare troppi carichi didattici e restare sole a celebrare se stesse, nella torre d'avorio del proprio narcisismo…).
6) Infine, una questione che solo apparentemente sembra estranea al problema è quella delle risorse: come si legge nel post citato sopra di De Martin, il taglio progressivo di finanziamenti all'università è stato devastante, provocando effetti perversi, di cui i non addetti stentano a rendersi conto. La riduzione degli organici, la chiusura di molti corsi di studio, l'impossibilità di fare progetti e programmazioni a lunga scadenza ha fatto scappare (e sta facendo ancora scappare!) i giovani migliori, più preparati e motivati, provocando uno schiacciamento verso il basso degli idonei ancora non assunti, che sta emarginando i più giovani: ai concorsi per il dottorato partecipano candidati con titoli da ricercatore, ai concorsi per ricercatori candidati con titoli da professori associati, ai concorsi per associati
candidati in possesso dell'idoneità a ordinario. È questo il dramma più grave dell'Università italiana, che non può essere occultato dall'attenzione, certamente doverosa, ai singoli scandali. In una università impoverita nelle risorse finanziarie e umiliata nella sua centralità strategica, restano briciole sulle quali accapigliarsi, in una guerra tra poveri che non interessa nessuno, mentre i "baroni" più navigati si possono permettere, con la solita strafottenza, di continuare a fare quello che vogliono.

martedì 26 settembre 2017

Il limite e la ferita

Venerdì 29 settembre, sessione presso la Pontificia Università Gregoriana del LXXII Convegno del Centro Studi filosofici di Gallarate.

Video dell'intervento
 

Condivido l'incipit della mia relazione: 


La riflessione morale intorno al nesso tra il corpo e la cura non deve lasciarsi ammaestrare solo dalla distinzione husserliana – comunque imprescindibile – tra Körper e Leib, che porta in primo piano la cifra riflessiva della corporeità propria, come dimensione originaria del “corpo che siamo”. Un’altra distinzione, che attraversa e congiunge autorelazione ed eterorelazione, è quella che interessa la complessa gamma della fenomenologia del vissuto corporeo e si manifesta soprattutto come esperienza della malattia, occupando una polarità estrema nella scala della salute.

Non si può considerare il corpo solo nello splendore anatomico che lo contraddistingue nel fiore degli anni o nell’efficienza fisiologica delle sue prestazioni migliori; occorre riconoscere il potere fuorviante di ogni rimozione sistematica delle difettività endogene ed esogene che trasformano un corpo sano in un corpo malato. È difficile tematizzare il nesso tra il corpo e la cura se non siamo disposti a riconoscere la pertinenza antropologica di un corpo piagato, fetido, mutilato, violentato, maleodorante, ultimamente senza vita. È parimenti molto difficile parlare di cura, senza aver mai sperimentato i tempi lunghi dell’assistenza a un corpo martoriato e senza speranze di guarigione; esperienze spesso umanamente atroci e insostenibili, che la routine priva di ogni eroismo eccezionale e che le situazioni più disperate spogliano di ogni forma, anche minima, di reciprocità gratificante. Non si può parlare a cuor leggero di cura ignorando l’ambiente confortante e drammatico di un hospice o lo squallore nauseabondo di un cronicario...

domenica 24 settembre 2017

I cinque gradini per (non) scendere (troppo) in politica

L'attualità politica, non solo italiana, sta confermando la sensazione di un logoramento progressivo degli spazi - reali, non virtuali - di partecipazione ed elaborazione, a favore di un uso personalistico del potere, che l'appello al "nuovo" non basta  a nascondere. Ma quali sono le qualità essenziali, i "requisiti minimi" che possono accreditare l'impegno politico, oltre l'immediatezza di una vocazione naturale o il calcolo di una ambizione "costruita"?  Vorrei provare a tracciare una sorta di "identikit" dell'uomo politico (ovviamente senza troppe pretese), "sotto un velo di ignoranza", senza riferimenti immediati a questo o a quello. Ognuno può provare liberamente a riscontrarlo "sul campo", per vedere se e quanto possa funzionare.
Dal mio punto di vista, vorrei segnalare almeno 5 attributi fondamentali:

1. Ideale politico alto e coerente vs pragmatismo cinico e opportunista
Il requisito primo e più importante è costitutito da una visione della vita, della politica e del bene comune esigente, lungimirante, ispirata alla promozione di tutta la persona e di tutte le persone. Esemplificare non è difficile: quale uomo, quale società, quale scenario nazionale e internazionale, quale idea di convivenza pacifica, quale idea di partecipazione e di democrazia, quale rispetto della natura, delle persone e delle istituzioni, quale gerarchia tra etica, politica ed economia, quale idea di tornaconto personale… Le radici della politica come vocazione e come servizio vengono da qui. Quello che ieri era scontato, oggi forse non lo è più, al punto che i discorsi dei politici sembrano tenerne conto sempre di meno, fino a promettere altre cose, in modo più o meno dichiarato: il benessere individuale, l'arrivismo, il rampantismo, il "saperci fare", l'essere "vincentI" a ogni costo…

2. Onestà trasparente vs opacità corruttibile

Questo requisito oggi è balzato in primo piano, diventando per alcune forze politiche la chiave che apre tutte le porte, la bandiera che basta spiegare al vento per avere dei seguaci. La corruzione dilagante, spesso incistata nelle pieghe minime del potere ed esibita con spavalderia e sfrontatezza, giustificano ampiamente l'appello all'onestà. Un tempo questo valore era, in un certo senso, incluso nel precedente, come un corollario immediato; oggi invece abbiamo bisogno di esplicitarlo, rischiando tuttavia di assolutizzarlo. Facciamo fatica a capire che l'onestà è il minimo: ci sono - per fortuna! - moltissime persone che non si metterebbero mai un euro in tasca, eppure sono talmente pasticcione e prive di senso politico che nessuno affiderebbe loro nemmeno l'amministrazione di un picccolo condominio.

3. Visione
strategica e capacità decisionale vs miopia tattica

L'autentico uomo politico, il vero leader è colui che sa decidere guardando lontano. Anzitutto deve avere una visione di ampio respiro dei processi, dei tempi lunghi, senza lasciarsi condizionare dal risentimento e dalla fretta. A De Gasperi è attribuita questa frase: "Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista guarda alle prossime generazioni". Lo sguardo lungo non deve impedire di decidere di fronte a situazioni immediate: l'ottimo, spesso, è nemico del bene. Ciò che conta, tuttavia, è non accontentarsi di tattiche di piccolo cabotaggio, che fanno occupare la scena mediatica con l'ossessione di esserci; esserci sempre in un esibizionismo narcisistico insopportabile, finché non si produce un effetto di rapida saturazione, e viene voglia di dire: Avanti un altro…

4. Competenza sperimentata vs dilettantismo spericolato 
L'arte politica, in una società complessa, non domanda competenze enciclopediche; l'uomo politico che si presenta come un tuttofare, buono per tutte le stagioni, spesso è uno che nella vita non ha mai combinato nulla di buono. Non ci aspettiamo che un politico sia per forza un tecnico: non è detto che un medico sia il migliore Ministro della Salute, o che un professore sia un ottimo Ministro della Pubblica Istruzione. È indispensabile, tuttavia, che ogni uomo politico si sia messo alla prova in un mestiere o in una professione: abbia studiato, lavorato sodo, ottenuto riconoscimenti importanti. Il mitico curriculum, sbandierato da alcune forze politiche, deve valere soprattutto per i capi…  In questo caso, potrà occupare - per poco tempo - grandi responsabilità e tornare, subito dopo, al suo lavoro; se non ha un lavoro, se è uno che non ha mai lavorato, il rischio che si affezioni alla poltrona è un po' più grande. Il dilettantismo spericolato come alternativa al professionismo della politica è, forse, cadere dalla padella nella brace.
 

5. Consapevolezza dei propri limiti e capacità aggregativa vs narcisismo presuntuoso 
Credo che questa qualità sia oggi particolarmente preziosa e, purtroppo, molto rara. L'uomo politico che si circonda di nani e ballerine, sempre pronti a fare i giri di valzer che lui desidera, spesso è una personalità fragile, immatura, invidiosa, scarsamente inclusiva e cooperativa. Con buona pace di tutti i populismi dilaganti, il vero statista non è l'uomo della provvidenza; è chi riconosce i propri limiti, chi sa individuare le competenze giuste, sa valorizzare le persone, sa creare un clima collaborativo, libero e veramente progettuale. Sa fare squadra. Non ha bisogno di essere adulato, non teme di essere contraddetto, sa farsi aiutare, riesce ad ammettere pubblicamente i propri errori. L'umiltà, in questo senso, è un'autentica dote politica, ed è un vero peccato che anche le forze politiche che vogliono presentarsi come nuove parlino in realtà un linguaggio vecchissimo: noi siamo i migliori, noi non sbagliamo mai, noi non abbiamo bisogno di nessuno. Noi siamo diversi: ecco lo slogan che in realtà in politica rende tutti uguali! Con più umiltà nei leader politici, ieri ci sarebbero state meno guerre e meno violenze, oggi ci sarebbe stata meno retorica e soprattutto meno acquiscenza ai poteri forti. Ci sarebbe stata più politica.

mercoledì 13 settembre 2017

Violenze private e pubblica ipocrisia

Chi l'avrebbe mai detto? La violenza - una violenza selvaggia, sanguinaria, disumana - è ormai diventata la compagna inseparabile della nostra vita quotidiana. Un contagio che non riusciamo più a tenere fuori della porta del nostro mondo "civilizzato", ma che s'infiltra spudoratamente anche nelle pieghe di mondi che ritenevamo - a torto o a ragione - più o meno immuni: nei giovani e giovanissimi, nei rapporti affettivi apparentemente più pacifici, nella chiesa, nelle forze dell'ordine…
La violenza più aggressiva, solitamente autorizzata - e addirittura benedetta! - quando assumeva la forma di guerre tra popoli e nazioni, non abita più soltanto l'arena pubblica dei "rapporti lunghi", ma si è infiltrata fin nelle pieghe più intime e invisibili dei "rapporti corti": tra fidanzatini, tra marito e moglie, tra adulti e bambini, tra carabinieri e giovani turiste…
Se ci facciamo caso, per deprecare questa violenza (cercando invano, in questo modo, di immunizzarci da essa), ricorriamo quasi inconsapevolmente al lessico riservato a uno stadio ferino e primitivo dell'umanità, che ormai non usiamo più per gli animali: il branco, una furia selvaggia, un impeto animalesco, una ferocia bestiale, una donna o un bimbo diventati una preda… Ammettiamo così, semplicemente con l'uso di queste parole, che sta accadendo qualcosa: un fenomeno di regressione, una voglia di tornare indietro, rispetto a quel confine elementare fra il civile e l'incivile che abbiamo impiegato secoli per condividere e in qualche modo consacrare. Le conquiste della storia e della cultura non bastano più.
Dichiariamo a parole tali confini come i più alti e invalicabili, ma di fatto li invochiamo solo per "gli altri"; per noi, siamo sempre pronti a chiedere una deroga, un'attenuante, una sorta di franchigia morale. Dentro il castello impenetrabile della privacy ognuno si sente padrone incontrastato e crede di poter fare quello che vuole con i propri feudatari…
"Non ce la facevo più, sono stato uno stupido, ho perso la testa!" Per gli antichi, l'ira faceva parte delle passioni meno nobili dell'umano, che si poneva alla massima distanza dalla luce dell'intelligenza. Oggi l'ira è diventata non solo la giustificazione dei violenti, ma anche il pretesto per accreditare una logica vendicativa di ritorsione a livello sociale, dove la rabbia delle "maggioranze silenziose" non vuole vedere quello che accade e pretende soltanto una escalation inarrestabile delle pene. Siamo arrivati al punto che, con l'istituzione del cosiddetto "omicidio stradale", in autostrada sparare a una persona è diventato meno grave che investirla! In realtà, non esiste alcun rapporto tra aumento della pena e diminuzione dei reati, come ci insegna il percorso esemplare della giustizia riparativa (restorative justice), che vuole rispondere alla colpa con un progetto, non con una riproposizione raffinata e ipocrita della legge del taglione. 
Il problema è che c'illudiamo di toglierci di dosso la marea di "violenza corta" che sta salendo sempre di più, attorno a noi e spesso dentro di noi, con un accanimento giudiziario, inefficace e anch'esso - sia pure a suo modo - un po' "barbaro". Forse c'è una schizofrenia tra pubblico e privato che dobbiamo avere il coraggio di riconoscere e denunciare. La semantica del privato veicolava in origine un'idea di privatezza, quindi di mancanza, di rinuncia (o perdita) della possibilità di trovare il compimento umano nella dimensione civile, in cui il radicamento in una civitas è condizione imprescindibile per partecipare alla edificazione di una civiltà. Oggi invece il privato è diventato un valore "a prescindere", da perimetrare con i paletti della privacy e su cui far sventolare la bandiera dei diritti, strappata dallo spazio pubblico. In realtà i diritti, anche nella cultura illuministica che li ha celebrati, avevano un senso solo sullo sfondo di un'apertura universale, che oltrepassava il recinto individualistico e portava a riconoscere qualcosa di comune oltre le differenze.
Ormai diventati orfani di un mondo pubblico, al quale apparteniamo e grazie al quale diventiamo "civili", il vocabolario dei diritti è usato di fatto per sdoganare il repertorio delle voglie più istintive e indiscutibili, che possono esplodere, in modi più o meno incontrollati, in una terra di nessuno, senza più freni inibitori. Addirittura, senza nemmeno il timore della pena: quando la voglia mi acceca e la società con i suoi valori e le sue leggi è troppo lontana per interessarmi o farmi paura, non mi ferma più nessuno, semplicemente perché io sono solo con me stesso e all'orizzonte non vedo altri che il mio ego. Un animale e la sua preda.
Allora il diritto diventa una pretesa, la convivenza si trasforma in indifferenza, la ragione diventa tutt'al più uno strumento diabolico per fabbricare alibi di ferro o per abbozzare una retorica di autogiustificazione a oltranza.
Se continuiamo a farci male in queste forme barbare e incivili, forse non basta lasciarci illudere dalla logica ipocrita del capro espiatorio, minacciando pene più severe o limitandoci a costruire megacarceri. Forse dobbiamo tornare ad appassionarci alla civitas e magari chiederci se per la formazione dei carabinieri, dei mariti, dei ragazzi, perfino dei preti non ci sia davvero da ricominciare da capo.

venerdì 25 agosto 2017

Autunno, interiorità da ritrovare

«Il caldo pioveva lentamente tra i rami delle agavi; il cielo azzurro della mattina si copriva rapidamente d’una coltre biancastra che rendeva l’aria più soffocante». Mi sono tornate in mente molte volte queste parole di Albert Camus, che, con un tocco magistrale, disegnano la cornice esterna del colloquio tra il dottor Rieux e padre Paneloux, nel romanzo La peste, ambientato nella città algerina di Orano. Il caldo opprimente e implacabile, in cui sembra come liquefarsi la tragedia della pestilenza, con il suo carico indifferenziato di vittime, non impedisce un confronto aspro e sofferto fra i due protagonisti, fatto di domande di senso troppo scomode, dinanzi all'assurdo di tante morti innocenti.

Anche senza agavi, la nostra interminabile estate atmosferica, nella monotonia assolata di giornate sempre sospese sotto un cielo bruciato, si è lentamente mangiata quasi tutte le promesse di libertà, di riposo, di incontri: ha preso in ostaggio le nostre vite, rallentando i movimenti, trasformando le case in soffocanti oasi protette, addirittura impadronendosi dei nostri discorsi, ossessionati dall'amplificazione mediatica delle previsioni e della temperatura percepita.

A un certo punto, vigliaccamente, ho abbandonato a se stesso il mio orticello, dove in un fazzolettino di terra "coltivavo" la pretesa di raccogliere molti pomodori, poche zucchine e melanzane, insieme a un po' di limoni, pesche e uva. Sono tornato a fargli visita qualche giorno fa e lo stato di abbandono mi ha fatto stringere il cuore: nemmeno le erbacce, che avevano avuto un'occasione unica per vincere la loro battaglia, sono riuscite a cantare vittoria. Foglie imbrunite e avvizzite dalla calura, frutta cotta dal sole come se fosse stata in forno… Più in generale, un senso di intontimento prostrato, come se anche la natura si fosse trovata di fronte a un tradimento imprevisto: da amico, il sole si era trasformato in nemico, le nuvole erano scomparse, il cielo come bloccato in un azzurro sfatto e pesante.

Anche questa estate, più o meno come sempre, è stata teatro di incidenti stradali, disgrazie al mare o in montagna, attentati terroristici, atti di violenza - esibiti o nascosti - nei microcircuiti di affetti più meno effimeri e disordinati. Anche noi abbiamo la nostra peste: non solo estiva, beninteso, ma che in estate - per imprudenza o strafottenza - diventa particolarmente aggressiva e pervasiva. Ci manca forse, però, un dottor Rieux e un padre Paneloux che ci sappiano riportare all'essenziale, che ci aiutino a porci domande vere. Siamo sedotti soprattutto dal gossip più fatuo, fatto di patetiche stravaganze miliardarie, con il quale c'illudiamo di esorcizzare l'angoscia della cronaca nera, lasciandoci soverchiare da dissipazione e stordimento.

Le giornate si stanno accorciando, per strada cominciano a rotolare le prime foglie accartocciate. Forse abbiamo bisogno di autunno. Non solo di giornate brillanti e fresche, di colori morbidi e sfumati, di qualche passeggiata rasserenante e ristoratrice; abbiamo bisogno soprattutto di ritrovare noi stessi, di espellere le tossine dell'angoscia e del pessimismo, di ritrovare le ragioni del bene e della speranza. Autunno, tempo di interiorità da ritrovare.

venerdì 18 agosto 2017

In memoria di una infinita strage degli innocenti…






Quando la strage degli innocente serve al potere...

«Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esattezza dai Magi. Allora si compì ciò che era stato detto per mezzo del profeta Geremia:

Un grido è stato udito in Rama,
un pianto e un lamento grande:
Rachele piange i suoi figli
e non vuole essere consolata,
perché non sono più»
 (Mt 216-18)


… e genera uno strazio indicibile...


Ettore muore, e Troia viene espugnata. I Greci trionfanti uccidono il figlio di Ettore, Astianatte, precipitandolo dalle mura della città. La regina Ecuba, sua nonna, lo piange così, quando le viene portato sullo scudo del padre:
«O Achei, che menate vanto maggiore di bravura che non di senno, perché avete perpetrato questo crimine inaudito? Per paura di un bambino? Forse perché egli non risollevasse un giorno Troia abbattuta? Valevate dunque ben poco, quando noi soccombevamo, nonostante il valore di Ettore e di infinite altre braccia; e ora che la città è stata presa avete avuto paura di questo bambino?
O diletto, qual misera morte ti colse! Sventurato, come miseramente le patrie mura ti spogliarono il capo dei riccioli, che tua madre spesso pettinava e copriva di baci! Ora dalle ossa infrante ride la strage, e non dico l’orrore. O mani, che dolce somiglianza avevate con quelle del padre, eccovi qui, davanti a me, spezzate nelle giunture. O bocca adorata, che pronunziavi parole così fiere, sei spenta!
Tu mi mentisti, quando venendo nel mio letto, dicevi: “Nonna, reciderò per te i miei riccioli folti e ti accompagnerò con i miei compagni al sepolcro, rivolgendoti cari saluti”. Non tu me seppellisci, ma io, vecchia, senza patria, senza eredi, seppellisco il tuo misero cadavere, te così giovane!»


(Euripide, Le troiane, traduzione di Dario Del Corno)


… non dimentichiamo il valore della vita…

« L’uomo combatte continuamente contro la morte. Esso alla morte deve disputare, contrastare, ritogliere quanto può. La nostra vita è gelida e noi abbiamo bisogno di calore; la nostra vita è oscura e noi abbiamo bisogno di luce: non si lasci spegner nulla di ciò che può dar luce e calore: una favilla può ridestare la fiamma e la gioia! Non si lasci morir nulla di ciò che fu bello e giocondo»

(Giovanni Pascoli, Pensieri e discorsi)


… e non rinunciamo a soffrire per la giustizia

«Don Abbondio stava a capo basso: il suo spirito si trovava tra quegli argomenti, come un pulcino negli artigli del falco, che lo tengono sollevato in una regione sconosciuta, in un’aria che non ha mai respirata. Vedendo che qualcosa bisognava rispondere, disse, con una certa sommissione forzata: - monsignore illustrissimo, avrò torto. Quando la vita non si deve contare, non so cosa mi dire. Ma quando s’ha che fare con certa gente, con gente che ha la forza, e che non vuol sentir ragioni, anche a voler fare il bravo, non saprei cosa ci si potesse guadagnare. È un signore quello, con cui non si può né vincerla né impattarla.
- E non sapete voi che il soffrire per la giustizia è il nostro vincere? E se non sapete questo, che cosa predicate? di che siete maestro? qual è la buona nuova che annunziate a’ poveri? Chi pretende da voi che vinciate la forza con la forza? Certo non vi sarà domandato, un giorno, se abbiate saputo fare stare a dovere i potenti; che a questo non vi fu dato né missione, né modo. Ma vi sarà ben domandato se avrete adoprati i mezzi ch’erano in vostra mano per far ciò che v’era prescritto, anche quando avessero la temerità di proibirvelo»


(Alessandro Manzoni, I promessi sposi, cap. XXV)

venerdì 4 agosto 2017

Buon compleanno, Charlie Gard

Oggi Charlie Gard avrebbe compiuto il suo primo anno di vita. La sua vicenda, resa paradossale e atroce da una singolare concomitanza di fattori (può essere utile, tra le altre, la ricostruzione del Corriere della sera), ha commosso il mondo intero.
Ormai non è più il caso di usare la sua storia per rassicurarci con facili capri espiatori; del resto, a questo (s)proposito abbiamo ormai sentito di tutto: i pediatri inglesi negligenti e crudeli, la giustizia cieca, la burocrazia lenta, i genitori troppo protagonisti, il medico americano opportunista, persino un papa reticente ed evasivo… Sulla tua fragile esistenza, caro Charlie, si sono dati appuntamento tutti i fattori che più possono imbrogliare la matassa della vita, insieme a un repertorio di luoghi comuni grossolano e insopportabile. Su quella linea di frontiera esilissima in cui accanimento ed eutanasia si fronteggiano, invece di disporci a una pietà responsabile e solidale, molti di noi hanno preferito esorcizzare smarrimento e impotenza, nascondendosi dietro slogan vuoti e sicurezze fasulle. 
Molto probabilmente la medicina non avrebbe potuto salvarti; proprio per questo, però, il vero accanimento che avremmo dovuto evitare è stato quello legale, che si è interposto fra la tua vita e quella dei genitori, di fatto espropriandoli della loro patria potestà.
In realtà, caro Charlie, con la tua vicenda hai messo a nudo che nella tua vita fragile e preziosa sei semplicemente uno di noi; che anche la nostra vita, come la tua, è in bilico sull'orlo di un abisso e, a volte (non sempre, per fortuna), il progresso tecnologico contribuisce a rendere ancora più instabile e sgretolabile il terreno sul quale poggiamo i piedi.
Mentre da una parte moltissime persone avrebbero fatto chissà che cosa per salvarti la vita, la cronaca nera avvelena i nostri giorni con i delitti più efferati e gratuiti: stupri, droga, femminicidi, omicidi/suicidi. I nostri ragazzi continuano a morire, giorno dopo giorno, senza sapere perché, sostanzialmente per overdose di violenza, dis-ordine degli affetti, accanimento narcisistico.
Oggi i tuoi genitori, caro Charlie, avrebbero preparato una bella torta di compleanno; quella torta che nemmeno molti bimbi siriani, africani, delle terre più insaguinate del mondo potrebbero mai assaggiare.
Per molti di noi non saresti dovuto morire, per altri purtroppo non saresti dovuto nascere. Nello stesso tempo, persone più fortunate e sane di te stanno buttando la loro vita e quella degli altri con una leggerezza spaventosa. La stessa società che stenta a riconoscere il diritto di vivere dei malati, accetta cinicamente il diritto di morire dei sani
È questo il vero dramma del nostro tempo, che né la tecnologia, né il diritto, né il circo mediatico con tutta la sua corte assatanata di scoop riusciranno mai a risolvere: perché vivere, se dobbiamo morire? Perché morire, se possiamo vivere?
Caro Charlie, martire e fratello della nostra fragilità che ci fa tanto paura, angelo innocente e compagno discreto delle nostre solitudini disperate, facci giungere un raggio di quella luce purissima che ora fa splendere eternamente la tua vita risanata. I ciechi hanno bisogno di luce, soprattutto quando sono convinti di vedere, mentre riescono a malapena a vivere in compagnia solo della propria ombra.

venerdì 21 luglio 2017

I tre insegnamenti dei "detrattori" di papa Francesco

Mi ero ripromesso di non scrivere più nulla, in interlocuzione con la lobby -  molto attiva sui social - dei detrattori a spada tratta di papa Francesco. Anche perché, ormai, tutte le frecce risultano sistematicamente spuntate e sul tappeto, alla fine, resta solo polvere. Molto probabilmente, fra qualche anno, quando ci sarà un minimo di distanza storica, questa sarà a malapena ricordata come una delle tante, patetiche battaglie di retroguardia che, nella lunga storia della Chiesa, hanno cercato invano di ostacolare il suo cammino.
Già ora l'attacco sistematico al papa appare frutto di una chiusura pregiudiziale. È umanamente impossibile per ogni essere umano, animato dalle migliori intenzioni, non riuscire a combinare nella propria vita nulla di buono: per questo, raccogliere e rilanciare notte e giorno solo giudizi negativi contro Francesco, senza mai dare conto di qualche frutto positivo, è un'operazione che si scredita da sola. Nel migliore dei casi una prevenzione ideologica, nel peggiore una strategia diffamatoria che ha qualcosa di diabolico. 
Basterebbe almeno riconoscere, sportivamente, l'attività caritativa diffusa che il papa promuove, senza suonare tante trombe, a favore dei poveri, recentemente descritta come "la carità nascosta di papa Francesco"
Nemmeno un cieco, d'altra parte, potrebbe negare i risultati della diplomazia vaticana, ispirata da Francesco: in un suo blog (peraltro più equilibrato che "schierato"), Iacopo Scaramuzzi ha scritto: "Jorge Mario Bergoglio, insomma, muove le cose. Non sono solo parole. E non è solo brillante politica estera, le mediazioni vaticane a Cuba e nel resto dell’America Latina, lo scontro con Donald Trump, il riavvicinamento a Cina, Iran, Russia, paese quest’ultimo dove il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin si recherà in visita quasi certamente nel mese di agosto". 
Aggiungerei i risultati dello straordinario viaggio in Egitto, appena descritti, in modo sobrio e documentato, da Enzo Romeo, sull'ultimo numero di Dialoghi ("Francesco il tessitore: la sfida del dialogo contro il fanatismo", Dialoghi, 2/2107). 
Ancora più deplorevole e quasi rivoltante l'uso del dramma di Charlie Gard, il bimbo inglese affetto da una rara sindrome da deperimento mitocondriale: mentre Francesco - discretamente e concretamente - stava attivando l'Ospedale pediatrico "Bambino Gesù", è partito un tam tam indecente sul suo presunto "silenzio". Evidentemente qualcuno sogna un magistero papale fatto di declami e anatemi, dietro ai quali l'inerzia più totale sarebbe un corollario irrilevante.
Voglio però intervenire ancora una volta, cercando di volgere in positivo la lettura del fenomeno, dal quale si potrebbero ricavare almeno tre insegnamenti:

1) Anzitutto, l'accanimento contro papa Francesco testimonia chiaramente, a contrario, l'altezza della sua figura e la limpidezza del suo operato; in una parola, la sua autenticità evangelica. Se infatti, dopo aver fatto le "analisi del sangue" all'intera biografia di Bergoglio, fin nelle pieghe più riposte della sua vita, si continua ad andare avanti così, cioè riciclando il nulla, possiamo stare davvero tranquilli. Per la verità, molti di noi non avevano dubbi: ma ormai ce ne viene offerta una motivazione ulteriore, ad abundantiam. Se gli unici argomenti contro il papa sono un conclave illegittimo, o il fatto che egli chieda un avvicendamento alla Congregazione per la dottrina della fede in seguito alla scadenza ordinaria di un mandato, o invocando addirittura il cardinale Martini (ritenuto sempre inaffidabile e ora trasformato in una auctoritas), vuol dire che abbiamo davvero un santo papa. È stato raschiato il fondo del barile, lasciamo che i morti seppelliscano i morti.

2) In secondo luogo, gli attacchi a papa Francesco contengono in se stessi la misura della loro contraddizione e in un certo senso ci offrono un criterio per distinguere in modo inequivocabile parresia e maldicenza. Come ha scritto qualche tempo fa Andrea Grillo, quanti hanno condotto una crociata intransigente contro il moderno rischiano di diventare vittime di una "sindrome di Stoccolma", incarnando in loro proprio quelle forme di soggettivismo relativistico e di individualismo anti-istituzionale che hanno combattuto per anni! Il rispetto della suprema autorità che i cristiani riconoscono al vicario di Cristo e successore di Pietro dovrebbe suggerire altri atteggiamenti, altre parole, un'altra umiltà e, alla fine, anche il silenzio. Molti di noi, in passato, hanno avuto qualche perplessità e alcuni dubia su singole prese di posizione dei pontefici precedenti e hanno scelto la via del silenzio e della preghiera, sapendo bene l'uso strumentale che sarebbe stato fatto di alcune prese di posizione. La linea che separa il silenzio dalla chiacchiera potrebbe essere anche quella che distingue un buon cristiano da un provocatore.

3) Infine, questa marea montante di acredine fine a se stessa c'insegna che i veri problemi della Chiesa oggi sono altri: sono le grandi sfide dell'annuncio del Vangelo, delle forme della testimonanza cristiana, della santità nella ricerca di sintesi credibili - antiche e nuove - fra Parola, liturgia e carità, fra l'altezza della Rivelazione e le fragilità della storia. Oscurare e persino occultare queste sfide, trasformando la vita ecclesiale in un derby fra bergogliani e antibergogliani, stimolando la nascita di opposte tifoserie, è un'operazione spericolata e profondamente - questa volta sì - antievangelica. Chi crede che agitare qualche rassicurante parola d'ordine garantisca un'esenzione a prescindere da ogni altra forma d'impegno, c'insegna, ancora una volta a contrario, qual è il pericolo più grande oggi per un cristiano: ridurre il cristianesimo a una grande sceneggiata mediatica, frivola e mondana, di fronte alla quale basta dichiarare da che parte si sta. Anche rimanendo in pantofole, tranquillamente sprofondati nella poltrona di casa.