lunedì 16 ottobre 2017

Orizzonti del desiderio, domande di felicità

È uscito il n. 3/2017 di Dialoghi. Il dossier, sul tema "Orizzonti del desiderio, domande di felicità", presenta interventi molto interessanti di Enzo Appella, Piermarco Aroldi, Fabio Introini, Martha C. Nussbaum, Francesco Stoppa, Susy Zanardo. Ecco la mia introduzione al dossier:

Un paradosso rende oggi particolarmente difficile il continuo rincorrersi di desiderio e felicità, che plasma le attese del mondo giovanile e disegna l’architettura della vita personale e comunitaria: un’inflazione di promesse di felicità – più o meno autentiche e liberanti – non riesce a estinguere la sete del desiderio. Cresce in modo pervasivo l’offerta di felicità a buon mercato, ma nello stesso tempo anche la domanda continua a crescere, secondo una dinamica che si riflette sull’orizzonte del desiderio, strappandolo da quel cielo stellato in cui sembrerebbe avere la sua origine (de-sidera) e sfigurandolo nel frullatore del consumismo.
Come ci ha ricordato Taylor, abbiamo ancora a che fare con il paradigma romantico dell’autenticità, che concepisce la vita come l’arte di esprimere se stessi seconda la misura unica della propria vocazione. Oggi, tuttavia, questo stile di vita è diventato un fenomeno di massa, si è banalizzato, riconciliandosi con l’ideologia del consumo fine a se stesso; non più il “cosmo incantato” dei romantici, ma un luogo frenetico e virtuale di dissipazione e stordimento. Nell’epoca del disincanto, la domanda di felicità resta altissima, ma non sembra più trovare nell’altezza del desiderio una misura esigente e costruttiva; al contrario, rischia di piegare il desiderio alle proprie voglie effimere, in una paradossale inversione dei ruoli: non è più il desiderio a generare e orientare la domanda di felicità, è il laboratorio permanente di sperimentazione della felicità che produce retroattivamente nuove figure del desiderio, meno esigenti e più plastiche.
Il dossier cerca di tener conto di questo panorama così variegato e in movimento, attraverso un percorso che muove dall’ascolto del mondo giovanile, riletto alla luce di dinamiche culturali e sociali più ampie. L’attenzione quindi si sposta sulla questione fondamentale del rapporto tra desiderio e felicità, esplorata da angolature diverse e aspetti complementari. Segue un approfondimento intorno alla figura di Gesù come uomo compiutamente felice, mentre l’ultimo intervento, affidato a una voce autorevole del dibattito contemporaneo, introduce una tematica in qualche modo “eccentrica”, che sposta il tema verso le frontiere estreme della rabbia e del perdono.
Interrogandosi sulla domanda giovanile di una “società felice”, Fabio Introini si chiede quanto la logica capitalista del bisogno possa rispondere al desiderio che abita ogni essere umano. Dai risultati di una ricerca dell’Istituto G. Toniolo sui cosiddetti “millennials”, emerge un’idea dinamica e performativa di felicità, secondo la quale “rimboccarsi le maniche” ed essere artefici del proprio futuro possono essere un fattore di profonda innovazione sociale. Anche la Rete, interpellata da Piermarco Aroldi Rete come luogo privilegiato per osservare queste dinamiche, presenta la felicità come un’arte e una forma quotidiana della cura di sé, in cui tuttavia spesso prevalgono profili di autoreferenzialità soggettiva, e l’allentamento dei legami sociali tende a essere surrogato dalla connettività propria dei “network sociali”.
Partendo dall’idea della felicità come appagamento totale del desiderio, Susy Zanardo esplora l’orizzonte del desiderio come “modo singolare di stare al mondo”, che mi porta oltre me stesso, fino a giungere ai bordi estremi della Trascendenza, in un intreccio irriducibile di finito e infinito. Francesco Stoppa rilegge quindi in termini di psicologia del profondo il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, rilevando nel desiderio, oltre ogni logica consumistica, un “punto di inaggirabile alterità”; una “felice lacerazione” che spinge a cercare la radice di noi stessi in un altrove, e può “convolare a nozze” con la felicità solo sulle ali della speranza.
Enzo Appella propone un’analisi puntuale della figura di Gesù e quindi del modello evangelico di felicità che egli incarna in modo esemplare. Se riusciamo a liberarci dal timore ingiustificato che la vera umanità possa far velo alla vera divinità di Gesù, cogliendo quindi il senso della sobrietà dell’arte biblica di raccontare, possiamo riscoprire Gesù come capace di gioire e rendere gioiosi gli altri, libero di amare anche ciò che s’è perduto e riportarlo in questo modo nell’orbita della felicità.
Infine, esplicitando e riassumendo alcuni temi centrali di un suo libro recente, Martha C. Nussbaum ci parla di rabbia e di perdono; in particolare esprime diffidenza nei confronti di unidea gerarchica e transazionale di perdono, ridotto a una logica dello scambio. Ugualmente può esserci anche unidea asimmetrica della compassione, irrimediabilmente gerarchica e paternalistica, accanto a una visione egualitaria, centrata sulla comune fragilità di tutti gli uomini, che la Nussbaum vede attestata soprattutto nella tradizione stoica e che in realtà, si potrebbe aggiungere, rappresenta il cuore stesso del messaggio evangelico. Quello che invece per la Nussbaum è più appropriato alle relazioni umane è un atteggiamento di amore in-condizionato e di generosità, di cui riconosce “ampie attestazioni nel Vangelo”, che non solo non fa dipendere il perdono dal pentimento, ma depone ogni sentimento di superiorità. In ogni caso, sullo sfondo resta la grande sfida, soprattutto per il mondo giovanile, di mettere in circolo valori ed emozioni; una società rispettabile che si batte per la giustizia non può non chiedersi come «condurre le persone a sostenere la giustizia nei loro animi».
Siamo così rinviati al grande tema di un’apertura reciproca tra interiorità e comunità, senza la quale non si dà desiderio felice né felicità desiderante.


venerdì 13 ottobre 2017

Uomini contro

So bene quale può essere la facile, facilissima obiezione ai pensieri che vorrei condividere con i miei lettori: non si può generalizzare. Il caso della Catalogna è particolare, è particolare il caso della Brexit... Per la vita privata si può dire la stessa cosa: la storia di quei due ragazzi, di quella coppia, di quella famiglia è un caso a sé, un caso assolutamente unico. I motivi delle divisioni sono altri, ben altri, così come ben altre dovrebbero essere le analisi e le soluzioni. La lista dei “benaltristi”, un po’ sapientoni e un po’ inconcludenti, è sempre lunghissima...
Eppure, resta il sospetto che il moltiplicarsi inarrestabile di “casi unici” debba interrogarci, debba farci misurare con la sfida e il rischio di una sintesi. La domanda per riassumere la questione potrebbe essere la seguente: siamo in presenza di patologie sporadiche e occasionali, oppure dobbiamo fare i conti con una vera e propria epidemia?
La Catalogna non si riconosce più come parte integrante della Spagna, dentro la quale tuttavia non sembrerebbe che fosse vittima di discriminazioni o soprusi inaccettabili...
Il Regno Unito ha risposto a un referendum (forse convocato in modo improvvido, anche - o soprattutto - per beghe di partito) con la cosiddetta “Brexit”, mostrando di essere, tutto sommato, ancora troppo affezionata a un vecchio adagio: “Nebbia sulla Manica, il continente è isolato”.
Nella Chiesa cattolica, scopiazzando il costume diffuso per cui nel Paese esisterebbero tanti Commissari tecnici della nazionale di calcio quanto sono i cittadini, ogni cristiano si sente ormai perfettamente in grado di insegnare al Papa il suo mestiere. Con un corollario preoccupante e patetico: la vera Chiesa è quella che la pensa come me; anzi, a pensarci bene, la vera Chiesa sono IO.
Per trovare una deriva equivalente nel mondo della scuola, basta frequentare i gruppi whatsapp di genitori, che pullulano un po’ ovunque: tante piccole tribù autorefenziali e sempre arrabbiate, in stato di mobilitazione permanente. Spesso l’unico collante è “essere contro”: contro gli insegnanti, contro i dirigenti, contro i bidelli, quasi mai contro i propri figli...
Nelle portinerie degli ospedali ammiccano le locandine di disperati studi legali, che promettono azioni taumaturgiche contro chirurghi, medici, infermieri, istituzioni ospedaliere, lasciando balenare in teoria il sogno di rimborsi da favola, ma facendo schizzare in pratica i costi delle polizze di assicurazione e della medicina difensiva: “Ti inondo di analisi cliniche, costosissime e spesso inutili. Voglio vedere se continui a rompere...”
Non parliamo della politica, dove le correnti interne ai grandi partiti fanno persino una magnifica figura dinanzi all’opportunismo dilagante e al frazionismo irresistibile, a tutti i livelli: dal Parlamento al più piccolo dei Comuni. Le scissioni e i partitini personali aumentano a vista d’occhio, aumentano le sigle sindacali, aumentano i gruppi e i gruppuscoli, trasformando alcuni settori strategici del Paese in un far west, luogo di agguati e di ricatti: “Se tu non mi dai ragione, me ne vado sbattendo la porta. Ti faccio vedere io di che cosa sono capace!”
E Trump, che vuole uscire praticamente da tutto (accordi sul clima, accordo sul nucleare con l’Iran, Unesco ecc), dove lo mettiamo?
Senza parlare della conflittualità dilagante nei luoghi di lavoro, negli organismi di partecipazione, nelle rappresentanze... A volte la realtà supera l’immaginazione e nemmeno i talk show riescono a mimare così bene lo scontro che prevale sull’incontro, l’urlo che prende il posto dell’ascolto.
Le esemplificazioni più facili e a portata di mano, tuttavia, le troviamo nel circuito degli “affetti corti”: sempre più corti, sempre più friabili, sempre più violenti. Le scemenze sulle quali una volta due coniugi mettevano una pietra sopra, suggellando la pace con un abbraccio più forte di sempre, oggi bastano e avanzano per rompere definitivamente un legame. Le futilità all’origine dei divorzi facili nel mondo dello spettacolo, che ieri ci scandalizzavano tanto, oggi impallidiscono dinanzi a un vero e proprio fenomeno di massa: la leggerezza frivola di tante attricette in cerca di successo è stata sepolta da una aggressività incattivita, rancorosa, volgare e ahimè spesso sanguinaria. La cronaca rosa e la cronaca nera ormai si confondono...
Intendiamoci: le cose che non vanno sono tantissime, forse troppe. La denuncia e l’indignazione sono, spesso, più che giustificate; i problemi esistono, e in alcuni casi mettere distanza tra le persone potrebbe essere non solo lecito, ma persino opportuno.
Il problema è un altro: stiamo trasformando in maniera scientifica le difficoltà in pretesti, i problemi in alibi, i conflitti in vere e proprie guerre...
Come se non bastasse, abbiamo smesso di chiamare le cose con il loro nome e in questo modo non ci raccapezziamo più: autonomia è sinonimo di libertà senza responsabilità; sovranismo è lo slogan che cerca di sdoganare il più ingombrante “nazionalismo”, coprendo di fatto tutti gli egoismi e gli opportunismi, più o meno corporativi; il desiderio è il nuovo nome del diritto, che a sua volta ripudia il suo “fratello gemello”, costituito dal dovere.
Il mix esplosivo di convenienza e sospetto cerca di soppiantare ogni atteggiamento di fiducia e cooperazione. Condanniamo il pensiero unico e il mito del profitto a ogni costo, ma stiamo diventando paladini di qualcosa di peggiore, per il quale non vale nemmeno l’appello alla razionalità strumentale: un egoismo capriccioso e arrogante, che non riconosce debiti di fedeltà né doveri di partecipazione.
A forza di tagliare - uno dopo l’altro - molti, troppi nodi, la rete si sta allentando e, come accade in questi casi, comincia a lasciar cadere, nell’indifferenza generale, proprio le persone più deboli e più fragili. Non sto esagerando: molte guerre, più o meno (in)civili, sono cominciate esattamente così.

domenica 1 ottobre 2017

I mali dell'Università, oltre i concorsi truccati


Gli scandali che si abbattono, periodicamente, sull'Università (ma si dovrebbe dire: sulla gestione scorretta di alcuni concorsi da parte di alcune commissioni) pongono una questione molto grave - anzi gravissima - che investe non solo la comunità universitaria nel suo complesso, ma le responsabilità della politica e, in senso più ampio, dell'intero Paese. Sullo stato di salute generale del sistema universitario italiano esistono studi approfonditi: segnalo, fra i più recenti, il libro di G. Capano, M. Regini, M. Turri, Salvare l'università italiana. Oltre i miti e i tabù, Il Mulino, Bologna 2017; interessante anche l'articolo di Juan Carlos De Martin:Come sta l'Università italiana? Sul piano dei valori ideali, si segnala l'intervento odierno di papa Francesco a Bologna, che nel suo Incontro con gli studenti e il mondo accademico richiama tre diritti fondamentali: alla cultura, alla speranza e alla pace.
Molto più modestamente, io vorrei condividere alcune riflessioni in seguito all'inchiesta giudiziaria sul concorso di Diritto tributario.
1) Anzitutto è bene ricordare che la presenza di fenomeni corruttivi è ormai diffusa quasi ovunque, perché prima di tutto la tentazione è dentro ognuno di noi, e nessuno deve presumere di esserne immune per "diritto divino". L'elenco potrebbe essere molto lungo: amministratori comunali, magistratura, forze dell'ordine, uomini di Chiesa… È certamente un'aggravante quando fenomeni di corruzione diffusa si manifestano in questi ambiti, che, come l'università, dovrebbero essere luoghi esemplari di specchiata onestà; un'aggravante che non deve indurre atteggiamenti di passiva rassegnazione, magari dopo una fiammata effimera di indignazione.
2) Nel caso dell'università il fenomeno dei concorsi truccati non è nuovo e spesso accade, è bene ricordarlo, in alcuni settori disciplinari più "ricchi": quelli in cui la libera attività professionale, che si aggiunge alla docenza universitaria, comporta la possibilità di impegnare a tempo pieno molti giovani (studi professionali o corsie d'ospedale…), spesso compensando lo sfruttamento con la promessa di una carriera assicurata. In questi casi, il fenomeno diventa veramente indecente e deve essere perseguito in modo rapido ed efficace.
3) Nel corso degli ultimi decenni, tuttavia, per prevenire questi fenomeni, sono stati apportati molti correttivi: si sono cambiate spesso le regole dei concorsi (prevedendo il sorteggio dei commissari, o una combinazione di voto e di sorteggio, quindi inserendo nelle commissioni un membro straniero, ecc.). Il doppio livello attualmente in vigore (una abilitazione nazionale e una chiamata dalla sede universitaria, con un doppio concorso quindi) appare un buon punto di equilibrio. Tuttavia, ogni normativa si può aggirare, non illudiamoci.
4) La proposta di Raffaele Cantone, Presidente dell'autorità nazionale anticorruzione, di aprire le commissioni a membri esterni, appare di difficile - se non impossibile realizzazione -, oltre al fatto che trasmette l'idea negativa di una sorta di "commissariamento" delle università. L'esempio di Cantone è piuttosto facile: perché non chiamare uno scrittore in una commissione di Letteratura italiana? E per una commissione di Logica matematica o di Papirologia, chi chiamiamo? Chi valuta e sceglie competenze estremamente specialistiche, soprattutto in ambito di ricerca pura? Lasciamo stare, mi pare che questa uscita sia stata piuttosto imprudente…
5) Un problema ancora più delicato è il seguente: chi è il candidato migliore, che merita in modo obiettivo e inequivocabile di vincere un concorso universitario? L'università non è solo un istituto di ricerca: il candidato ideale deve offrire un mix di competenze scientifiche e didattiche, che ogni università deve valutare in rapporto alle proprie esigenze. Ho conosciuto, a vari livelli, persone che in assoluto apparivano intellettualmente e scientificamente come le più dotate; tuttavia, alla prova dei fatti, si sono rivelate del tutto inadatte al compito: perché presuntuose, inaffidabili, prive di attitudini cooperative, incapaci di "fare gioco di squadra" e soprattutto di comunicare e di insegnare (in molti casi, volutamente, per evitare troppi carichi didattici e restare sole a celebrare se stesse, nella torre d'avorio del proprio narcisismo…).
6) Infine, una questione che solo apparentemente sembra estranea al problema è quella delle risorse: come si legge nel post citato sopra di De Martin, il taglio progressivo di finanziamenti all'università è stato devastante, provocando effetti perversi, di cui i non addetti stentano a rendersi conto. La riduzione degli organici, la chiusura di molti corsi di studio, l'impossibilità di fare progetti e programmazioni a lunga scadenza ha fatto scappare (e sta facendo ancora scappare!) i giovani migliori, più preparati e motivati, provocando uno schiacciamento verso il basso degli idonei ancora non assunti, che sta emarginando i più giovani: ai concorsi per il dottorato partecipano candidati con titoli da ricercatore, ai concorsi per ricercatori candidati con titoli da professori associati, ai concorsi per associati
candidati in possesso dell'idoneità a ordinario. È questo il dramma più grave dell'Università italiana, che non può essere occultato dall'attenzione, certamente doverosa, ai singoli scandali. In una università impoverita nelle risorse finanziarie e umiliata nella sua centralità strategica, restano briciole sulle quali accapigliarsi, in una guerra tra poveri che non interessa nessuno, mentre i "baroni" più navigati si possono permettere, con la solita strafottenza, di continuare a fare quello che vogliono.

martedì 26 settembre 2017

Il limite e la ferita

Venerdì 29 settembre, sessione presso la Pontificia Università Gregoriana del LXXII Convegno del Centro Studi filosofici di Gallarate. 
Condivido l'incipit della mia relazione: 



La riflessione morale intorno al nesso tra il corpo e la cura non deve lasciarsi ammaestrare solo dalla distinzione husserliana – comunque imprescindibile – tra Körper e Leib, che porta in primo piano la cifra riflessiva della corporeità propria, come dimensione originaria del “corpo che siamo”. Un’altra distinzione, che attraversa e congiunge autorelazione ed eterorelazione, è quella che interessa la complessa gamma della fenomenologia del vissuto corporeo e si manifesta soprattutto come esperienza della malattia, occupando una polarità estrema nella scala della salute.

Non si può considerare il corpo solo nello splendore anatomico che lo contraddistingue nel fiore degli anni o nell’efficienza fisiologica delle sue prestazioni migliori; occorre riconoscere il potere fuorviante di ogni rimozione sistematica delle difettività endogene ed esogene che trasformano un corpo sano in un corpo malato. È difficile tematizzare il nesso tra il corpo e la cura se non siamo disposti a riconoscere la pertinenza antropologica di un corpo piagato, fetido, mutilato, violentato, maleodorante, ultimamente senza vita. È parimenti molto difficile parlare di cura, senza aver mai sperimentato i tempi lunghi dell’assistenza a un corpo martoriato e senza speranze di guarigione; esperienze spesso umanamente atroci e insostenibili, che la routine priva di ogni eroismo eccezionale e che le situazioni più disperate spogliano di ogni forma, anche minima, di reciprocità gratificante. Non si può parlare a cuor leggero di cura ignorando l’ambiente confortante e drammatico di un hospice o lo squallore nauseabondo di un cronicario...

domenica 24 settembre 2017

I cinque gradini per (non) scendere (troppo) in politica

L'attualità politica, non solo italiana, sta confermando la sensazione di un logoramento progressivo degli spazi - reali, non virtuali - di partecipazione ed elaborazione, a favore di un uso personalistico del potere, che l'appello al "nuovo" non basta  a nascondere. Ma quali sono le qualità essenziali, i "requisiti minimi" che possono accreditare l'impegno politico, oltre l'immediatezza di una vocazione naturale o il calcolo di una ambizione "costruita"?  Vorrei provare a tracciare una sorta di "identikit" dell'uomo politico (ovviamente senza troppe pretese), "sotto un velo di ignoranza", senza riferimenti immediati a questo o a quello. Ognuno può provare liberamente a riscontrarlo "sul campo", per vedere se e quanto possa funzionare.
Dal mio punto di vista, vorrei segnalare almeno 5 attributi fondamentali:

1. Ideale politico alto e coerente vs pragmatismo cinico e opportunista
Il requisito primo e più importante è costitutito da una visione della vita, della politica e del bene comune esigente, lungimirante, ispirata alla promozione di tutta la persona e di tutte le persone. Esemplificare non è difficile: quale uomo, quale società, quale scenario nazionale e internazionale, quale idea di convivenza pacifica, quale idea di partecipazione e di democrazia, quale rispetto della natura, delle persone e delle istituzioni, quale gerarchia tra etica, politica ed economia, quale idea di tornaconto personale… Le radici della politica come vocazione e come servizio vengono da qui. Quello che ieri era scontato, oggi forse non lo è più, al punto che i discorsi dei politici sembrano tenerne conto sempre di meno, fino a promettere altre cose, in modo più o meno dichiarato: il benessere individuale, l'arrivismo, il rampantismo, il "saperci fare", l'essere "vincentI" a ogni costo…

2. Onestà trasparente vs opacità corruttibile

Questo requisito oggi è balzato in primo piano, diventando per alcune forze politiche la chiave che apre tutte le porte, la bandiera che basta spiegare al vento per avere dei seguaci. La corruzione dilagante, spesso incistata nelle pieghe minime del potere ed esibita con spavalderia e sfrontatezza, giustificano ampiamente l'appello all'onestà. Un tempo questo valore era, in un certo senso, incluso nel precedente, come un corollario immediato; oggi invece abbiamo bisogno di esplicitarlo, rischiando tuttavia di assolutizzarlo. Facciamo fatica a capire che l'onestà è il minimo: ci sono - per fortuna! - moltissime persone che non si metterebbero mai un euro in tasca, eppure sono talmente pasticcione e prive di senso politico che nessuno affiderebbe loro nemmeno l'amministrazione di un picccolo condominio.

3. Visione
strategica e capacità decisionale vs miopia tattica

L'autentico uomo politico, il vero leader è colui che sa decidere guardando lontano. Anzitutto deve avere una visione di ampio respiro dei processi, dei tempi lunghi, senza lasciarsi condizionare dal risentimento e dalla fretta. A De Gasperi è attribuita questa frase: "Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista guarda alle prossime generazioni". Lo sguardo lungo non deve impedire di decidere di fronte a situazioni immediate: l'ottimo, spesso, è nemico del bene. Ciò che conta, tuttavia, è non accontentarsi di tattiche di piccolo cabotaggio, che fanno occupare la scena mediatica con l'ossessione di esserci; esserci sempre in un esibizionismo narcisistico insopportabile, finché non si produce un effetto di rapida saturazione, e viene voglia di dire: Avanti un altro…

4. Competenza sperimentata vs dilettantismo spericolato 
L'arte politica, in una società complessa, non domanda competenze enciclopediche; l'uomo politico che si presenta come un tuttofare, buono per tutte le stagioni, spesso è uno che nella vita non ha mai combinato nulla di buono. Non ci aspettiamo che un politico sia per forza un tecnico: non è detto che un medico sia il migliore Ministro della Salute, o che un professore sia un ottimo Ministro della Pubblica Istruzione. È indispensabile, tuttavia, che ogni uomo politico si sia messo alla prova in un mestiere o in una professione: abbia studiato, lavorato sodo, ottenuto riconoscimenti importanti. Il mitico curriculum, sbandierato da alcune forze politiche, deve valere soprattutto per i capi…  In questo caso, potrà occupare - per poco tempo - grandi responsabilità e tornare, subito dopo, al suo lavoro; se non ha un lavoro, se è uno che non ha mai lavorato, il rischio che si affezioni alla poltrona è un po' più grande. Il dilettantismo spericolato come alternativa al professionismo della politica è, forse, cadere dalla padella nella brace.
 

5. Consapevolezza dei propri limiti e capacità aggregativa vs narcisismo presuntuoso 
Credo che questa qualità sia oggi particolarmente preziosa e, purtroppo, molto rara. L'uomo politico che si circonda di nani e ballerine, sempre pronti a fare i giri di valzer che lui desidera, spesso è una personalità fragile, immatura, invidiosa, scarsamente inclusiva e cooperativa. Con buona pace di tutti i populismi dilaganti, il vero statista non è l'uomo della provvidenza; è chi riconosce i propri limiti, chi sa individuare le competenze giuste, sa valorizzare le persone, sa creare un clima collaborativo, libero e veramente progettuale. Sa fare squadra. Non ha bisogno di essere adulato, non teme di essere contraddetto, sa farsi aiutare, riesce ad ammettere pubblicamente i propri errori. L'umiltà, in questo senso, è un'autentica dote politica, ed è un vero peccato che anche le forze politiche che vogliono presentarsi come nuove parlino in realtà un linguaggio vecchissimo: noi siamo i migliori, noi non sbagliamo mai, noi non abbiamo bisogno di nessuno. Noi siamo diversi: ecco lo slogan che in realtà in politica rende tutti uguali! Con più umiltà nei leader politici, ieri ci sarebbero state meno guerre e meno violenze, oggi ci sarebbe stata meno retorica e soprattutto meno acquiscenza ai poteri forti. Ci sarebbe stata più politica.

mercoledì 13 settembre 2017

Violenze private e pubblica ipocrisia

Chi l'avrebbe mai detto? La violenza - una violenza selvaggia, sanguinaria, disumana - è ormai diventata la compagna inseparabile della nostra vita quotidiana. Un contagio che non riusciamo più a tenere fuori della porta del nostro mondo "civilizzato", ma che s'infiltra spudoratamente anche nelle pieghe di mondi che ritenevamo - a torto o a ragione - più o meno immuni: nei giovani e giovanissimi, nei rapporti affettivi apparentemente più pacifici, nella chiesa, nelle forze dell'ordine…
La violenza più aggressiva, solitamente autorizzata - e addirittura benedetta! - quando assumeva la forma di guerre tra popoli e nazioni, non abita più soltanto l'arena pubblica dei "rapporti lunghi", ma si è infiltrata fin nelle pieghe più intime e invisibili dei "rapporti corti": tra fidanzatini, tra marito e moglie, tra adulti e bambini, tra carabinieri e giovani turiste…
Se ci facciamo caso, per deprecare questa violenza (cercando invano, in questo modo, di immunizzarci da essa), ricorriamo quasi inconsapevolmente al lessico riservato a uno stadio ferino e primitivo dell'umanità, che ormai non usiamo più per gli animali: il branco, una furia selvaggia, un impeto animalesco, una ferocia bestiale, una donna o un bimbo diventati una preda… Ammettiamo così, semplicemente con l'uso di queste parole, che sta accadendo qualcosa: un fenomeno di regressione, una voglia di tornare indietro, rispetto a quel confine elementare fra il civile e l'incivile che abbiamo impiegato secoli per condividere e in qualche modo consacrare. Le conquiste della storia e della cultura non bastano più.
Dichiariamo a parole tali confini come i più alti e invalicabili, ma di fatto li invochiamo solo per "gli altri"; per noi, siamo sempre pronti a chiedere una deroga, un'attenuante, una sorta di franchigia morale. Dentro il castello impenetrabile della privacy ognuno si sente padrone incontrastato e crede di poter fare quello che vuole con i propri feudatari…
"Non ce la facevo più, sono stato uno stupido, ho perso la testa!" Per gli antichi, l'ira faceva parte delle passioni meno nobili dell'umano, che si poneva alla massima distanza dalla luce dell'intelligenza. Oggi l'ira è diventata non solo la giustificazione dei violenti, ma anche il pretesto per accreditare una logica vendicativa di ritorsione a livello sociale, dove la rabbia delle "maggioranze silenziose" non vuole vedere quello che accade e pretende soltanto una escalation inarrestabile delle pene. Siamo arrivati al punto che, con l'istituzione del cosiddetto "omicidio stradale", in autostrada sparare a una persona è diventato meno grave che investirla! In realtà, non esiste alcun rapporto tra aumento della pena e diminuzione dei reati, come ci insegna il percorso esemplare della giustizia riparativa (restorative justice), che vuole rispondere alla colpa con un progetto, non con una riproposizione raffinata e ipocrita della legge del taglione. 
Il problema è che c'illudiamo di toglierci di dosso la marea di "violenza corta" che sta salendo sempre di più, attorno a noi e spesso dentro di noi, con un accanimento giudiziario, inefficace e anch'esso - sia pure a suo modo - un po' "barbaro". Forse c'è una schizofrenia tra pubblico e privato che dobbiamo avere il coraggio di riconoscere e denunciare. La semantica del privato veicolava in origine un'idea di privatezza, quindi di mancanza, di rinuncia (o perdita) della possibilità di trovare il compimento umano nella dimensione civile, in cui il radicamento in una civitas è condizione imprescindibile per partecipare alla edificazione di una civiltà. Oggi invece il privato è diventato un valore "a prescindere", da perimetrare con i paletti della privacy e su cui far sventolare la bandiera dei diritti, strappata dallo spazio pubblico. In realtà i diritti, anche nella cultura illuministica che li ha celebrati, avevano un senso solo sullo sfondo di un'apertura universale, che oltrepassava il recinto individualistico e portava a riconoscere qualcosa di comune oltre le differenze.
Ormai diventati orfani di un mondo pubblico, al quale apparteniamo e grazie al quale diventiamo "civili", il vocabolario dei diritti è usato di fatto per sdoganare il repertorio delle voglie più istintive e indiscutibili, che possono esplodere, in modi più o meno incontrollati, in una terra di nessuno, senza più freni inibitori. Addirittura, senza nemmeno il timore della pena: quando la voglia mi acceca e la società con i suoi valori e le sue leggi è troppo lontana per interessarmi o farmi paura, non mi ferma più nessuno, semplicemente perché io sono solo con me stesso e all'orizzonte non vedo altri che il mio ego. Un animale e la sua preda.
Allora il diritto diventa una pretesa, la convivenza si trasforma in indifferenza, la ragione diventa tutt'al più uno strumento diabolico per fabbricare alibi di ferro o per abbozzare una retorica di autogiustificazione a oltranza.
Se continuiamo a farci male in queste forme barbare e incivili, forse non basta lasciarci illudere dalla logica ipocrita del capro espiatorio, minacciando pene più severe o limitandoci a costruire megacarceri. Forse dobbiamo tornare ad appassionarci alla civitas e magari chiederci se per la formazione dei carabinieri, dei mariti, dei ragazzi, perfino dei preti non ci sia davvero da ricominciare da capo.

venerdì 25 agosto 2017

Autunno, interiorità da ritrovare

«Il caldo pioveva lentamente tra i rami delle agavi; il cielo azzurro della mattina si copriva rapidamente d’una coltre biancastra che rendeva l’aria più soffocante». Mi sono tornate in mente molte volte queste parole di Albert Camus, che, con un tocco magistrale, disegnano la cornice esterna del colloquio tra il dottor Rieux e padre Paneloux, nel romanzo La peste, ambientato nella città algerina di Orano. Il caldo opprimente e implacabile, in cui sembra come liquefarsi la tragedia della pestilenza, con il suo carico indifferenziato di vittime, non impedisce un confronto aspro e sofferto fra i due protagonisti, fatto di domande di senso troppo scomode, dinanzi all'assurdo di tante morti innocenti.

Anche senza agavi, la nostra interminabile estate atmosferica, nella monotonia assolata di giornate sempre sospese sotto un cielo bruciato, si è lentamente mangiata quasi tutte le promesse di libertà, di riposo, di incontri: ha preso in ostaggio le nostre vite, rallentando i movimenti, trasformando le case in soffocanti oasi protette, addirittura impadronendosi dei nostri discorsi, ossessionati dall'amplificazione mediatica delle previsioni e della temperatura percepita.

A un certo punto, vigliaccamente, ho abbandonato a se stesso il mio orticello, dove in un fazzolettino di terra "coltivavo" la pretesa di raccogliere molti pomodori, poche zucchine e melanzane, insieme a un po' di limoni, pesche e uva. Sono tornato a fargli visita qualche giorno fa e lo stato di abbandono mi ha fatto stringere il cuore: nemmeno le erbacce, che avevano avuto un'occasione unica per vincere la loro battaglia, sono riuscite a cantare vittoria. Foglie imbrunite e avvizzite dalla calura, frutta cotta dal sole come se fosse stata in forno… Più in generale, un senso di intontimento prostrato, come se anche la natura si fosse trovata di fronte a un tradimento imprevisto: da amico, il sole si era trasformato in nemico, le nuvole erano scomparse, il cielo come bloccato in un azzurro sfatto e pesante.

Anche questa estate, più o meno come sempre, è stata teatro di incidenti stradali, disgrazie al mare o in montagna, attentati terroristici, atti di violenza - esibiti o nascosti - nei microcircuiti di affetti più meno effimeri e disordinati. Anche noi abbiamo la nostra peste: non solo estiva, beninteso, ma che in estate - per imprudenza o strafottenza - diventa particolarmente aggressiva e pervasiva. Ci manca forse, però, un dottor Rieux e un padre Paneloux che ci sappiano riportare all'essenziale, che ci aiutino a porci domande vere. Siamo sedotti soprattutto dal gossip più fatuo, fatto di patetiche stravaganze miliardarie, con il quale c'illudiamo di esorcizzare l'angoscia della cronaca nera, lasciandoci soverchiare da dissipazione e stordimento.

Le giornate si stanno accorciando, per strada cominciano a rotolare le prime foglie accartocciate. Forse abbiamo bisogno di autunno. Non solo di giornate brillanti e fresche, di colori morbidi e sfumati, di qualche passeggiata rasserenante e ristoratrice; abbiamo bisogno soprattutto di ritrovare noi stessi, di espellere le tossine dell'angoscia e del pessimismo, di ritrovare le ragioni del bene e della speranza. Autunno, tempo di interiorità da ritrovare.

venerdì 18 agosto 2017

In memoria di una infinita strage degli innocenti…






Quando la strage degli innocente serve al potere...

«Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esattezza dai Magi. Allora si compì ciò che era stato detto per mezzo del profeta Geremia:

Un grido è stato udito in Rama,
un pianto e un lamento grande:
Rachele piange i suoi figli
e non vuole essere consolata,
perché non sono più»
 (Mt 216-18)


… e genera uno strazio indicibile...


Ettore muore, e Troia viene espugnata. I Greci trionfanti uccidono il figlio di Ettore, Astianatte, precipitandolo dalle mura della città. La regina Ecuba, sua nonna, lo piange così, quando le viene portato sullo scudo del padre:
«O Achei, che menate vanto maggiore di bravura che non di senno, perché avete perpetrato questo crimine inaudito? Per paura di un bambino? Forse perché egli non risollevasse un giorno Troia abbattuta? Valevate dunque ben poco, quando noi soccombevamo, nonostante il valore di Ettore e di infinite altre braccia; e ora che la città è stata presa avete avuto paura di questo bambino?
O diletto, qual misera morte ti colse! Sventurato, come miseramente le patrie mura ti spogliarono il capo dei riccioli, che tua madre spesso pettinava e copriva di baci! Ora dalle ossa infrante ride la strage, e non dico l’orrore. O mani, che dolce somiglianza avevate con quelle del padre, eccovi qui, davanti a me, spezzate nelle giunture. O bocca adorata, che pronunziavi parole così fiere, sei spenta!
Tu mi mentisti, quando venendo nel mio letto, dicevi: “Nonna, reciderò per te i miei riccioli folti e ti accompagnerò con i miei compagni al sepolcro, rivolgendoti cari saluti”. Non tu me seppellisci, ma io, vecchia, senza patria, senza eredi, seppellisco il tuo misero cadavere, te così giovane!»


(Euripide, Le troiane, traduzione di Dario Del Corno)


… non dimentichiamo il valore della vita…

« L’uomo combatte continuamente contro la morte. Esso alla morte deve disputare, contrastare, ritogliere quanto può. La nostra vita è gelida e noi abbiamo bisogno di calore; la nostra vita è oscura e noi abbiamo bisogno di luce: non si lasci spegner nulla di ciò che può dar luce e calore: una favilla può ridestare la fiamma e la gioia! Non si lasci morir nulla di ciò che fu bello e giocondo»

(Giovanni Pascoli, Pensieri e discorsi)


… e non rinunciamo a soffrire per la giustizia

«Don Abbondio stava a capo basso: il suo spirito si trovava tra quegli argomenti, come un pulcino negli artigli del falco, che lo tengono sollevato in una regione sconosciuta, in un’aria che non ha mai respirata. Vedendo che qualcosa bisognava rispondere, disse, con una certa sommissione forzata: - monsignore illustrissimo, avrò torto. Quando la vita non si deve contare, non so cosa mi dire. Ma quando s’ha che fare con certa gente, con gente che ha la forza, e che non vuol sentir ragioni, anche a voler fare il bravo, non saprei cosa ci si potesse guadagnare. È un signore quello, con cui non si può né vincerla né impattarla.
- E non sapete voi che il soffrire per la giustizia è il nostro vincere? E se non sapete questo, che cosa predicate? di che siete maestro? qual è la buona nuova che annunziate a’ poveri? Chi pretende da voi che vinciate la forza con la forza? Certo non vi sarà domandato, un giorno, se abbiate saputo fare stare a dovere i potenti; che a questo non vi fu dato né missione, né modo. Ma vi sarà ben domandato se avrete adoprati i mezzi ch’erano in vostra mano per far ciò che v’era prescritto, anche quando avessero la temerità di proibirvelo»


(Alessandro Manzoni, I promessi sposi, cap. XXV)

venerdì 4 agosto 2017

Buon compleanno, Charlie Gard

Oggi Charlie Gard avrebbe compiuto il suo primo anno di vita. La sua vicenda, resa paradossale e atroce da una singolare concomitanza di fattori (può essere utile, tra le altre, la ricostruzione del Corriere della sera), ha commosso il mondo intero.
Ormai non è più il caso di usare la sua storia per rassicurarci con facili capri espiatori; del resto, a questo (s)proposito abbiamo ormai sentito di tutto: i pediatri inglesi negligenti e crudeli, la giustizia cieca, la burocrazia lenta, i genitori troppo protagonisti, il medico americano opportunista, persino un papa reticente ed evasivo… Sulla tua fragile esistenza, caro Charlie, si sono dati appuntamento tutti i fattori che più possono imbrogliare la matassa della vita, insieme a un repertorio di luoghi comuni grossolano e insopportabile. Su quella linea di frontiera esilissima in cui accanimento ed eutanasia si fronteggiano, invece di disporci a una pietà responsabile e solidale, molti di noi hanno preferito esorcizzare smarrimento e impotenza, nascondendosi dietro slogan vuoti e sicurezze fasulle. 
Molto probabilmente la medicina non avrebbe potuto salvarti; proprio per questo, però, il vero accanimento che avremmo dovuto evitare è stato quello legale, che si è interposto fra la tua vita e quella dei genitori, di fatto espropriandoli della loro patria potestà.
In realtà, caro Charlie, con la tua vicenda hai messo a nudo che nella tua vita fragile e preziosa sei semplicemente uno di noi; che anche la nostra vita, come la tua, è in bilico sull'orlo di un abisso e, a volte (non sempre, per fortuna), il progresso tecnologico contribuisce a rendere ancora più instabile e sgretolabile il terreno sul quale poggiamo i piedi.
Mentre da una parte moltissime persone avrebbero fatto chissà che cosa per salvarti la vita, la cronaca nera avvelena i nostri giorni con i delitti più efferati e gratuiti: stupri, droga, femminicidi, omicidi/suicidi. I nostri ragazzi continuano a morire, giorno dopo giorno, senza sapere perché, sostanzialmente per overdose di violenza, dis-ordine degli affetti, accanimento narcisistico.
Oggi i tuoi genitori, caro Charlie, avrebbero preparato una bella torta di compleanno; quella torta che nemmeno molti bimbi siriani, africani, delle terre più insaguinate del mondo potrebbero mai assaggiare.
Per molti di noi non saresti dovuto morire, per altri purtroppo non saresti dovuto nascere. Nello stesso tempo, persone più fortunate e sane di te stanno buttando la loro vita e quella degli altri con una leggerezza spaventosa. La stessa società che stenta a riconoscere il diritto di vivere dei malati, accetta cinicamente il diritto di morire dei sani
È questo il vero dramma del nostro tempo, che né la tecnologia, né il diritto, né il circo mediatico con tutta la sua corte assatanata di scoop riusciranno mai a risolvere: perché vivere, se dobbiamo morire? Perché morire, se possiamo vivere?
Caro Charlie, martire e fratello della nostra fragilità che ci fa tanto paura, angelo innocente e compagno discreto delle nostre solitudini disperate, facci giungere un raggio di quella luce purissima che ora fa splendere eternamente la tua vita risanata. I ciechi hanno bisogno di luce, soprattutto quando sono convinti di vedere, mentre riescono a malapena a vivere in compagnia solo della propria ombra.

venerdì 21 luglio 2017

I tre insegnamenti dei "detrattori" di papa Francesco

Mi ero ripromesso di non scrivere più nulla, in interlocuzione con la lobby -  molto attiva sui social - dei detrattori a spada tratta di papa Francesco. Anche perché, ormai, tutte le frecce risultano sistematicamente spuntate e sul tappeto, alla fine, resta solo polvere. Molto probabilmente, fra qualche anno, quando ci sarà un minimo di distanza storica, questa sarà a malapena ricordata come una delle tante, patetiche battaglie di retroguardia che, nella lunga storia della Chiesa, hanno cercato invano di ostacolare il suo cammino.
Già ora l'attacco sistematico al papa appare frutto di una chiusura pregiudiziale. È umanamente impossibile per ogni essere umano, animato dalle migliori intenzioni, non riuscire a combinare nella propria vita nulla di buono: per questo, raccogliere e rilanciare notte e giorno solo giudizi negativi contro Francesco, senza mai dare conto di qualche frutto positivo, è un'operazione che si scredita da sola. Nel migliore dei casi una prevenzione ideologica, nel peggiore una strategia diffamatoria che ha qualcosa di diabolico. 
Basterebbe almeno riconoscere, sportivamente, l'attività caritativa diffusa che il papa promuove, senza suonare tante trombe, a favore dei poveri, recentemente descritta come "la carità nascosta di papa Francesco"
Nemmeno un cieco, d'altra parte, potrebbe negare i risultati della diplomazia vaticana, ispirata da Francesco: in un suo blog (peraltro più equilibrato che "schierato"), Iacopo Scaramuzzi ha scritto: "Jorge Mario Bergoglio, insomma, muove le cose. Non sono solo parole. E non è solo brillante politica estera, le mediazioni vaticane a Cuba e nel resto dell’America Latina, lo scontro con Donald Trump, il riavvicinamento a Cina, Iran, Russia, paese quest’ultimo dove il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin si recherà in visita quasi certamente nel mese di agosto". 
Aggiungerei i risultati dello straordinario viaggio in Egitto, appena descritti, in modo sobrio e documentato, da Enzo Romeo, sull'ultimo numero di Dialoghi ("Francesco il tessitore: la sfida del dialogo contro il fanatismo", Dialoghi, 2/2107). 
Ancora più deplorevole e quasi rivoltante l'uso del dramma di Charlie Gard, il bimbo inglese affetto da una rara sindrome da deperimento mitocondriale: mentre Francesco - discretamente e concretamente - stava attivando l'Ospedale pediatrico "Bambino Gesù", è partito un tam tam indecente sul suo presunto "silenzio". Evidentemente qualcuno sogna un magistero papale fatto di declami e anatemi, dietro ai quali l'inerzia più totale sarebbe un corollario irrilevante.
Voglio però intervenire ancora una volta, cercando di volgere in positivo la lettura del fenomeno, dal quale si potrebbero ricavare almeno tre insegnamenti:

1) Anzitutto, l'accanimento contro papa Francesco testimonia chiaramente, a contrario, l'altezza della sua figura e la limpidezza del suo operato; in una parola, la sua autenticità evangelica. Se infatti, dopo aver fatto le "analisi del sangue" all'intera biografia di Bergoglio, fin nelle pieghe più riposte della sua vita, si continua ad andare avanti così, cioè riciclando il nulla, possiamo stare davvero tranquilli. Per la verità, molti di noi non avevano dubbi: ma ormai ce ne viene offerta una motivazione ulteriore, ad abundantiam. Se gli unici argomenti contro il papa sono un conclave illegittimo, o il fatto che egli chieda un avvicendamento alla Congregazione per la dottrina della fede in seguito alla scadenza ordinaria di un mandato, o invocando addirittura il cardinale Martini (ritenuto sempre inaffidabile e ora trasformato in una auctoritas), vuol dire che abbiamo davvero un santo papa. È stato raschiato il fondo del barile, lasciamo che i morti seppelliscano i morti.

2) In secondo luogo, gli attacchi a papa Francesco contengono in se stessi la misura della loro contraddizione e in un certo senso ci offrono un criterio per distinguere in modo inequivocabile parresia e maldicenza. Come ha scritto qualche tempo fa Andrea Grillo, quanti hanno condotto una crociata intransigente contro il moderno rischiano di diventare vittime di una "sindrome di Stoccolma", incarnando in loro proprio quelle forme di soggettivismo relativistico e di individualismo anti-istituzionale che hanno combattuto per anni! Il rispetto della suprema autorità che i cristiani riconoscono al vicario di Cristo e successore di Pietro dovrebbe suggerire altri atteggiamenti, altre parole, un'altra umiltà e, alla fine, anche il silenzio. Molti di noi, in passato, hanno avuto qualche perplessità e alcuni dubia su singole prese di posizione dei pontefici precedenti e hanno scelto la via del silenzio e della preghiera, sapendo bene l'uso strumentale che sarebbe stato fatto di alcune prese di posizione. La linea che separa il silenzio dalla chiacchiera potrebbe essere anche quella che distingue un buon cristiano da un provocatore.

3) Infine, questa marea montante di acredine fine a se stessa c'insegna che i veri problemi della Chiesa oggi sono altri: sono le grandi sfide dell'annuncio del Vangelo, delle forme della testimonanza cristiana, della santità nella ricerca di sintesi credibili - antiche e nuove - fra Parola, liturgia e carità, fra l'altezza della Rivelazione e le fragilità della storia. Oscurare e persino occultare queste sfide, trasformando la vita ecclesiale in un derby fra bergogliani e antibergogliani, stimolando la nascita di opposte tifoserie, è un'operazione spericolata e profondamente - questa volta sì - antievangelica. Chi crede che agitare qualche rassicurante parola d'ordine garantisca un'esenzione a prescindere da ogni altra forma d'impegno, c'insegna, ancora una volta a contrario, qual è il pericolo più grande oggi per un cristiano: ridurre il cristianesimo a una grande sceneggiata mediatica, frivola e mondana, di fronte alla quale basta dichiarare da che parte si sta. Anche rimanendo in pantofole, tranquillamente sprofondati nella poltrona di casa. 

lunedì 17 luglio 2017

La trappola di Hayek e il destino dell'Europa

Raramente capita di imbattersi in un librettino minuscolo - sì e no cinquanta pagine - da leggere tutto d'un fiato, in cui sono discusse tesi tanto importanti e chiamati in causa interlocutori così autorevoli. Philippe Van Parijs è un filosofo ed economista che insegna all'università cattolica di Lovanio, buon amico di John Rawls, uno dei più influenti filosofi morali e politici del '900, con il quale ha avuto contatti importanti, documentati anche da uno scambio di lettere, di cui qui viene riportato un documento interessante.
L'oggetto del libro, tradotto e introdotto da Luigi Minelli, è il futuro dell'Europa e la discussione viene idealmente ricostruita chiamando in causa quattro figure di prima grandezza: da un lato, Van Parijs e John Rawls, che convengono su un impianto di fondo, pur distinguendosi su una tesi specifica; da un altro alto, Friedrich von Hayek, padre del neoliberalismo e critico implacabile dell'intervento statale in economia, e Margareth Tatcher, prima donna ad aver ricoperto la carica di Primo ministro nel Regno Unito dal 1979 al 1990.
Il futuro dell'Europa, secondo l'autore, dipende fondamentalmente dalla possibilità di uscire dalla "trappola di Hayek": il suo argomento si sviluppa a partire dal presupposto che ogni intervento politico in economia è dannoso e si  conclude asserendo che in ogni caso tale intervento è possibile solo in comunità politiche sufficientemente omogenee, quali non possono essere invece le federazioni tra Stati con storie, lingue e tradizioni diverse. Meno che mai, quindi, l'Europa. 
Per un verso, dunque, una forma di mercato comune svincola l'economia dal controllo degli Stati nazionali (e questa sarebbe l'"utopia liberista" di cui avremmo bisogno); per altro verso, un'entità politica sovranazionale non potrà mai avocare a sé quei vincoli politici che si accettano solo da un “governo di compatrioti" e non certo da un "gpverno di stranieri".
Questa è stata esattamente la linea di Margareth Tatcher, rileva Van Parijs, che sostenne con grande forza l'unificazione del mercato comune, opponendosi a ogni forma di "Europa politica". In poche parole: sì all'"utopia liberale" di Hayek, no all'"utopia federale" europea. Van Parijs commenta così l'attuale contenzioso intorno alla Brexit, che continua ad essere ispirato dal pensiero della Tatcher: "Lasciateci Brexit, ma una Brexit leggera, così da poter mantenere intatta la nostra capacità di sabotaggio" (p. 31).
La linea di Van Parijs cerca un'alternativa al dilemma che sta soffocando il futuro dell'Europa: o la gabbia del neoliberalismo, che usa l'Europa per togliere di mano alla politica il controllo dell'economia, o le suggestioni nazionaliste e populiste, che pesano sempre di più sull'opinione pubblica europea.
L'Autore non dubita che si debba stare dalla parte di Rawls, contro Hayek e Tacher, anche se, a differenza di Rawls, rietiene che, al punto in cui siamo, abbiamo bisogno di un'Europa federale, sempre più simile agli Stati Uniti, nel senso di rafforzare le istituzioni federali e insieme favorire la nascita di demos europeo. Tale demos dovrà preservare la diversità linguistica e favorirel a condivisione di una lingua franca come l'inglese, che, dopo Brexit, può funzionare ancora meglio come mezzo di comunicazione neutrale.
È questa l'"utopia coraggiosa" di cui abbiamo bisogno per garantire un vero futuro all'Unione Europea. Un compito pieno di ostacoli, ma la vera politica è un "lento e faticoso superamento di ostacoli", conclude l'Autore, con una splendida citazione di Max Weber. È il compito, secondo Weber, di ogni vero capo, anzi di un vero eroe: "E anche coloro che non sono capi né eroi devono armarsi di quella fermezza interiore che è in grado di reggere al crollo di ogni speranza". Di questo impegno abbiamo bisogno, conclude Van Parijs, per "rendere possibile domani quello che oggi è, o sembra, impossibile" (p. 40).
In un'epoca in cui la rete continua ad intossicare il dibattito pubblico con uno smog irrespirabile, fatto di luoghi comuni assolutamente privi di senso storico, e
pregiudizi grossolani, frutto di un mix insopportabile di dilettantismo e volgarità, per fortuna c'è ancora chi, senza sprecare parole inutili, sa andare dritto all'essenziale, onorando l'antica regola di cominciare a parlare assicurandosi prima di aver acceso il cervello. 


Il libro
Philippe Van Parijs, La trappola di Hayek e il destino dell'Europa, a cura di E. Minelli, Morcelliana, Brescia 2017, € 7.

venerdì 30 giugno 2017

Charlie Gard, la pietas negata

In una società come la nostra non esistono più risposte facili a questioni complesse. Dall'immigrazione ai vaccini, dalla crisi economica alla corruzione, dal futuro della biosfera alla conquista dello spazio: ogni giorno tocchiamo con mano quanto sia difficile ragionare - e ragionare insieme! - e quanto invece sia arbitrario e pericoloso cercare facili scorciatoie emotive, emettendo continuamente sentenze inappellabili da "Bar dello sport". La verità è che non riusciamo più a star dietro alla velocità forsennata della macchina che abbiamo creato con le nostre stesse mani: la politica non riesce a governare l'economia, la scienza ha rinunciato a dettare l'agenda alla tecnologia, la semantica del bene e del male attinge a piene mani al lessico della convenienza…
Il caso di Charlie Gard è l'ennesimo esempio atroce di tragic choice: nato il 4 agosto 2016 e affetto da una rarissima sindrome - inguaribile ma non incurabile! - da deperimento mitocondriale, il bimbo è stato ricoverato al Great Ormond Street Hospital for Children  di Londra, dove i medici hanno dovuto rinunciare a una terapia sperimentale per il peggioramento delle sue condizioni, decidendo alla fine l'interruzione delle cure. È iniziato da qui un braccio di ferro straziante e assurdo fra i sanitari e i genitori, ai quali fra l'altro attraverso il Charlie’s Army (l’esercito di Charlie) erano stati donati 1,4 milioni di sterline per tentare qualche altro percorso terapeutico negli Stati Uniti (per la verità mai sperimentato e con aspettative di successo prossime allo zero). 
Ne è scaturita una battaglia legale in cui i giudici si sono sempre pronunciati in favore della sospensione delle cure: prima in Gran Bretagna, coinvolgendo l’Alta Corte, quindi la Corte d’Appello e infine la Corte Suprema; successivamente Chris e Connie, genitori di Charlie, si sono rivolti alla Corte Europea dei Diritti Umani - istituzione indipendente dall'Unione Europea, è bene ricordarlo - che ha confermato le sentenze dei giudici inglesi. 
Il problema è molto complesso e i ripetuti pronunciamenti giudiziari debbono mettere in guardia da valutazioni affrettate e poco documentate: da un lato, i genitori si sono sentiti espropriati da ogni diritto di esplorare altre strade e, alla fine, persino di portare a casa il proprio bimbo, lasciando che morisse nella sua culla; da un altro lato, medici e giudici hanno voluto probabilmente impedire inutili "viaggi della speranza", in cui spesso familiari disperati vorrebbero imbarcarsi a occhi chiusi, rischiando strumentalizzazioni e ulteriori, inutili sofferenze.
Tuttavia, dinanzi a una questione così complessa, dobbiamo gridare ai quattro venti che le risposte a volte non sono facili, ma debbono però cercare sempre di essere semplici. Non confondiamo la semplicità con la facilità: a volte è difficile essere semplici, è più facile essere complicati. Appartengono alla scala della semplicità il senso elementare dell'umano, l'affetto dei genitori per il proprio bimbo malato, il valore della pietas sulla farraginosità, spesso ottusa, delle leggi e sulla logica, ahimé spietata, della contabilità economica.
Mi pare di poter dire che, in questo caso, medici e giudici hanno dato verdetti difficili a due genitori che forse si aspettavano risposte semplici. È l'antica tragedia di Antigone, che sceglie il valore altissimo di una legge non scritta rispetto al dettato, formalmente ineccepibile ma sostanzialmente disumano, delle leggi scritte.
Anzitutto sorprende e raggela, come ha scritto anche Aldo Maria Valli in un bel post sull'argomento ("Che cosa ci può insegnare la storia di Charlie"), il fatto che i giudici abbiano sostanzialmente vanificato ogni potestà genitoriale, invocando un "controllo prioritario… affidato,  per legge, al giudice che esercita il suo giudizio oggettivo e indipendente nel migliore interesse del bambino". Il "giudizio oggettivo" del giudice, in casi come questi, dipende totalmente dalla consulenza medica che è stata scelta a monte; una scelta che francamente non so quanto possa dirsi "oggettiva".
Su questo si potrà aprire un dibattito meno condizionato dalle pressioni emotive; credo però che sia "oggettivamente" inammissibile opporsi alla richiesta dei genitori di poter dimettere il proprio figlio dall'ospedale per riportarlo a casa, dimenticando che anche l'Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda, ove possibile, la somministrazione di cure palliative a domicilio. Viene allora il sospetto atroce che, dietro tutto questo, possa esserci in ultima analisi una oscena questione contabile: perché l'il sistema sanitario dovrebbe continuare a spendere soldi inutilmente? 
Paul Ricoeur, in un suo testo molto importante, raccomanda che, nei momenti più difficili, quando le responsabilità debbono essere condivise, dovrebbe attivarsi una "cellula del buon consiglio", capace di favorire un incontro e un dialogo virtuoso fra competenze, sensibilità, punti di vista diversi. Si potranno avere opinioni differenti sulle cure offerte a Charlie Gard, ma è difficile negare che sia mancata proprio la cosa più importante (e più semplice!): una vera "cellula del buon consiglio". 
Troppi giudici, troppe sentenze, troppe carte, scarsa umanità. L'alleanza "oggettiva" tra medici e giudici contro i familiari dei pazienti - magari benedetta dietro le quinte dagli amministratori del sistema sanitario - è un bruttissimo segnale per una società che vuole dirsi liberale. Quando la legge ignora la pietas, nel senso più elementare della parola, la dittatura dell'impersonale è alle porte.