venerdì 9 settembre 2016

Tornano i muri

Quando, dopo settimane di pressioni e disordini, il governo della Germania Est annuncia il 9 novembre 1989 la libera circolazione verso la Germania occidentale, il muro che per 28 anni aveva diviso in due la città di Berlino diventa di colpo un innocuo oggetto di souvenir. Con la caduta del muro di Berlino la strada per la riunificazione tedesca era aperta in modo ìirreversibile e sarebbe stata formalmente sancita il 3 ottobre 1990. Allora fummo in molti a leggere in quell'evento - comunque di incalcolabile portata storica - il simbolo di una svolta epocale e irreversibile, che avrebbe portato con la sé la fine della guerra fredda e il cosiddetto tramonto delle ideologie. Promulgando l'enciclica Centesimus annus nel 1991, nel centenario della Rerum novarum, Giovanni Paolo II, che non era stato mai tenero con il comunismo, mise in guardia profeticamente contro il dilagare di un capitalismo selvaggio che avrebbe potuto generare nuovi e ancor più gravi problemi.
Nel frattempo, ci troviamo di fronte a singolari paradossi: è sostanzialmente morto l'unico nemico, esterno e compatto, del capitalismo e ne sono spuntati come funghi molti altri, riconoscibili e nascosti, esterni e interni. La promessa di un mondo globale si sta capovolgendo nella proliferazione di tante piccole tribù; l'illusione di vivere in unico, megavillaggio planetario si scontra con l'incapacità di capirsi e condividere i fondamentali del vivere insieme, in cui il nascere e il morire, il matrimonio e la procreazione, l'ospitalità e la solidarietà sembrano variabili impazzite di una nuova Babele.  
Gli ideali altissimi che l'Occidente continua a celebrare (come la libertà, l'uguaglianza, la democrazia...) suonano sempre più spesso come banali dichiarazioni retoriche. Ormai, in un mondo diventato di colpo troppo grande e vuoto, viviamo aggrappati al perimetro del nostro egoismo, che scambia i diritti di tutti con un elenco di preferenze insindacabili. Qualcosa di sinistramente feudale sta cambiando il nostro panorama civile: isole di sicurezza blindata, come antichi castelli medievali, debbono tenere a distanza gli altri, i barbari, i servi della gleba, i senza diritti... Quando i signori s'incontrano, in qualche maniero superprotetto, sembra che la loro unica preoccupazione sia la sicurezza del proprio spazio vitale.
Tornano i muri, chi l'avrebbe detto? Non tornano nemmeno alla chetichella, quasi come qualcosa di inevitabile, di cui dobbiamo scusarci; tornano in forme sfrontate, esibizionistiche. Difendersi in modo aggressivo è solo un altro modo di aggredire.
Non parlo solo dei muri innalzati fisicamente per difendere alcuni confini territoriali: il muro eretto dagli Stati Uniti ai confini con il Messico; quello costruito nel 2002 da Israele in Cisgiordania ed eufemisticamente chiamato "barriera di separazione israeliana"; quelli che stanno spuntando come funghi in quel che resta dell'Europa che è stata patria del cristianesimo, prima ancora che dell'illuminismo, e che non è riuscita a indicare le proprie radici nel preambolo della Costituzione. L'elenco sarebbe lungo: in Irlanda (Belfast cattolica-protestante), a Cipro (zona greca-zona turca), tra Macedonia e Grecia, tra Austria e Italia, tra Ungheria e Serbia, e ora il grande muro di Calais, finanziato dal Regno Unito in territorio francese. In quest'ultimo caso, paradossalmente due governi si accordano (cioè superano un muro) per costruirne un altro.
Ma non bisogna fermarsi ai muri fatti di pietre, cemento e filo spinato: ci sono altri muri simbolici, attorno ai quali si ripete la logica antica (cantata nell'Iliade) dell'assedio, della difesa, delle sortite. Gli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001 non sono stati forse un tentativo (riuscito) di violare i muri dei radar, dell'elettronica, della privacy? Ci sono poi i muri eretti dai poteri invisibili della finanza, delle multinazionali, dei sistemi di controspionaggio, degli apparati militari...
Ma i muri più indecenti e più pericolosi sono sempre quelli interni: i muri dei pregiudizi, dei vari razzismi (impliciti ed espliciti), dei fondamentalismi (non solo religiosi), del cinismo e dell'indifferenza. Muri eretti persino dalle forse politiche che proclamano la propria superiorità morale, che non vogliono contaminarsi con gli "altri", che nascondono i propri limiti gridando sempre al complotto esterno. Tutto si decide sempre su quella linea protettiva e rassicurante che divide tra "dentro e "fuori".
Mai che ci venga in mente che i problemi che abbiamo "dentro", con noi stessi e con i nostri simili, sono i più subdoli e pericolosi, e spesso la radice profonda di molti conflitti esterni.
Questi muri fanno esplodere tutte le nostre contraddizioni. Vogliamo il benessere e la stabilità, ma non assicuriamo nemmeno quel minimo ricambio intergenerazionale che possa garantirci la pensione. Non vogliamo fare i contadini, i muratori, gli idraulici, gli infermieri, ma non vogliamo nemmeno che questi mestieri siano in mano a stranieri in mezzo a noi. Vogliamo essere tolleranti senza sentirci pronti a collaborare, essere aperti ma solo con i "nostri", comunicare senza ascoltare, celebrare i nostri valori senza credere ormai più a nulla. Persino la politica che - per fortuna - accoglie gli immigrati non si accorge che tenere migliaia di persone sul territorio nazionale in uno stato di ozio forzato, dalla mattina alla sera, è un altro modo di erigere un muro: vi diamo da dormire e da mangiare, ma non vogliamo sapere e vedere di più.
Ci consideriamo competenti e sapientoni, ma ci manca quel minimo senso storico, che rende la lungimiranza verso il futuro direttamente proporzionale alla lungimiranza verso il passato. A distanza di anni, i costruttori di muri - salvo casi rarissimi e giustificati - si sono sempre dovuti vergognare di quel che hanno fatto. Il muro di Berlino non è l'unico esempio.
Soprattutto non riusciamo a uscire dalla comoda logica dell'emergenza, che ci esonera dal fare progetti seri, e non ci accorgiamo che ci aspettano in realtà decenni di "colonialismo al contrario", in cui dovremo scontare amaramente le nostre false politiche di civilizzazione, fatte in realtà - molto spesso, forse non sempre - di depredazioni sistematiche, di violenze oscene e di miliardari commerci di armi.

sabato 3 settembre 2016

I pericoli della natura e i mali degli uomini


Il primo novembre del 1755 un evento sismico eccezionale, oggi comunemente ricordato come "terremoto di Lisbona", interessò una superficie vastissima, dal nord Africa a gran parte dell'Europa, provocando migliaia di morti. Ne scaturì, tra l'altro, un vivacissimo dibattito intorno al male, interpretato, di volta in volta, come prova della collera divina o come smentita di ogni facile ottimismo, con il quale si cercava di "difendere" Dio dall'accusa di essere responsabile del male nel mondo. Come ha scritto Adorno, "il terremoto di Lisbona guarì Voltaire dalla Teodicea di Leibinz", contribuendo in modo decisivo alla formazione di un vero e proprio "illuminismo radicale".
L'enigma del male resta, ancora oggi, un peso durissimo da portare, per la vita umana e per il pensiero. Tuttavia, se la storia ci ha insegnato qualcosa, non possiamo confondere il piano naturale degli eventi con quello morale delle azioni. Il terremoto è un fatto, l'omicidio è un atto. Nel primo caso non ci sono intenzioni né colpe né imputazioni di responsabilità. Non possiamo quindi considerare gli eventi naturali come la longa manus della volontà divina, dovendo poi fare salti mortali per cercare di giustificare il suo operato; anche in tempi recenti, qualche uomo di Chiesa non si è vergognato di classificare l'AIDS come una punizione inviata da Dio ai peccatori! Non possiamo però, per lo stesso motivo, nemmeno usare gli eventi naturali per negare l'esistenza di Dio. Gli eventi naturali in sé ci parlano solo di natura e basta.
Per quanto riguarda invece l'agire morale, la natura umana deve assumersi il peso delle proprie responsabilità. Guerre, ingiustizie e violenze di ogni genere, come pure la corruzione che impedisce un adeguamento antisismico delle abitazioni, o più semplicemente l'incoscienza nella scelta di sconsiderate soluzioni abitative (per esempio, popolando di case le pendici del Vesuvio…) non ci dicono nulla della natura di Dio, ma solo della natura dell'uomo.
Se  prendiamo in mano il groviglio delle disgrazie, delle sofferenze, delle ingiustizie, delle brutalità di ogni tipo e cerchiamo di dipanarlo, alla fine troveremo un filo doppio con due soli capi: uno conduce alla precarietà naturale, l'altro alla fragilità morale. Qui Dio non lo incontriamo come causa, ma solo come misericordia. Per incontrare Dio come origine, dobbiamo coltivare e svolgere all'infinito il gomitolo del bene.
Il terremoto è un esempio drammatico dell'aggrovigliarsi di precarietà naturale e di fragilità morale nella regione della finitezza. Nell'ordine naturale, non possiamo negare che l'esistenza (e la bellezza!) della natura precede e oltrepassa i pericoli che ne possono derivare. Un ghiacciaio è un luogo di splendore immacolato, ma può essere anche la tomba degli alpinisti più esperti. Il segmento degli Appennini centrali, tra il Gran Sasso e i monti Sibillini, è uno scrigno di bellezze incomparabili: discrete, forse non appariscenti, ma proprio per questo  straordinarie. Se non ci fossero gli Appennini, non ci sarebbe la faglia che ha provocato il terremoto. Se non ci fosse la neve, non ci sarebbero le valanghe. Troppo spesso dimentichiamo questa mescolanza naturale di bellezza e di pericolo, e preferiamo l'incoscienza alla prudenza.
Nell'ordine della vita morale il discorso si fa invece più complesso, ma anche in questo caso è impossibile (e molto pericoloso) dividere bene e male secondo raggruppamenti umani, identificati dalla razza, dalla cultura o dalle condizioni di vita. Ecco un compito arduo al quale non possiamo sottrarci: mantenere la differenza tra bene e male, senza trasformarla automaticamente in una differenza tra buoni e cattivi!
Quando la natura s'impone in tutta la sua pericolosa complessità, come ho ricordato nel post precedente, la prima reazione degli umani è quella di ricomporsi in una fraternità originaria, che precede distanze, incomprensioni e divisioni; ma spesso queste ultime tornano a prendere il sopravvento.
In questo terremoto lo stiamo toccando con mano. 
La risposta della prima ora è quella dei soccorritori. Una risposta generosa e disinteressata, immediata e competente, a volte persino commovente ed eroica. Dinanzi ad un traumatico evento naturale, scatta come un improvviso istinto morale, che non fa calcoli, non ha retropensieri, non ha bisogno di una legge dello Stato, non si chiede se sotto le macerie ci sia un credente o un ateo, un comunista o un liberale, un sano o un malato. Per questo siamo così duri con gli sciacalli e i profittatori che antepongono la logica della convenienza a quella della pietà. E non solo nella forma artigianale e scoperta del furto, ma anche in quella più subdola e diabolica dell'opportunismo e della corruzione. La risposta immediata dei soccorritori testimonia che le persone umane sono esseri naturalmente morali
A distanza di qualche giorno dal sisma, torna a riemergere, purtroppo, un'altra risposta, quella degli spettatori. Lo spettatore mantiene una distanza di sicurezza e deve trovare un alibi per poterla giustificare, nascondendo abilmente in questo modo la propria inerzia o vigliaccheria. La scena del sisma viene rappresentata come un teatro dove si recita a soggetto: ci sono i politici ladri e incompetenti, gli imprenditori furbi e pronti ad approfittarsi, i tecnici compiacenti che vendono a peso d'oro consulenze fasulle, persino i proprietari che hanno speso male (o non hanno speso affatto) i loro soldi. A volte, purtroppo, questi giudizi sono veritieri, ma lo spettatore - ecco il punto - non se ne dispiace affatto: il cinismo non gli impedisce di cavalcare uno sciacallaggio mediatico, magari con qualche vignetta oltraggiosa, per andare in prima pagina, o con giudizi al vetriolo sull'operato delle autorità, per volgere a proprio favore la disgrazia ed egemonizzare la rabbia. Lo spettatore disinteressato non ha troppi scrupoli, convinto com'è della propria superiorità morale. 
In questo arco di risposte possibili, soprattutto oggi, avvertiamo l'urgenza soprattutto di un altro tipo di risposta, appartenente alla famiglia del comportamenti virtuosi: la risposta dei seminatori, che guardano lontano, non si curano degli applausi a scena aperta, tessono con i fatti l'elogio della concordia, promuovono il bene comune, elaborano progetti. Progetti urbanistici, sociali, educativi, politici a prova di terremoto; capaci di resistere alle faglie delle divisioni, alle scosse telluriche delle polemiche strumentali, agli sciami sismici degli opportunismi di bassa cucina, alla peste contagiosa della corruzione. La natura, mettendo in pericolo le nostre vite, c'insegna che - anche fisicamente - l'unione è superiore alla divisione, che gli edifici solidi possono essere diversissimi nella foggia esterna, ma devono essere sostanzialmente simili nelle fondamenta.
Ho parlato di atteggiamenti possibili, più che di gruppi definiti: c'è sempre in ognuno di noi uno spettatore in agguato da cui dobbiamo guardarci, un soccorritore troppo timido che non dobbiamo frenare, un seminatore esitante che merita l'incoraggiamento più forte. La generosità verso il presente ha bisogno, oggi più che mai, di una generosità verso il futuro, non meno eroica e incondizionata della prima.

giovedì 1 settembre 2016

Il terremoto tra natura e cultura

Può essere una proiezione retrospettiva, non lo nego, ma circa un'ora prima delle 3 e 36 del 24 agosto mi ero svegliato quasi di soprassalto, per un caldo innaturale. Il silenzio immoto aveva un che di inquietante, perfino di spaventoso. Il sonno, tornato presto, aveva inghiottito quella sensazione sgradevole. Il risveglio arriva poco dopo e ci scaraventa di colpo in un'atmosfera ondeggiante e sinistra. "Il terremoto!". Quando cominciamo a renderci conto, tutto ormai - il letto, la stanza, la casa intera, il paese da un lato e la campagna dall'altro - è in preda a uno scuotimento che si amplifica repentinamente. Sordo, maligno, inequivocabile. L'oscillazione in un attimo ci accerchia e ci tiene in pugno, il letto è in preda di gemiti inarrestabili. E poi, subito dopo, un brontolio minaccioso, cupo, ci piomba addosso da lontano, esplodendo in un fragore assordante e duro; ora tutto trema in un sussulto verticale, il tuono sordo si trasforma in un rimbombo chiaro e acuto, mescolando in un unico boato lo scuotimento profondo della terra e i rimbalzi urlanti dei solai e delle pareti. Il fracasso di qualche piatto in equilibrio instabile che rovina a terra, sbriciolandosi in mille pezzi, è l'ultima coda sonora - ormai innocua, quasi ridicola - che precede il silenzio. Ma siamo già fuori.
Finestre illuminate, visi sgomenti che si affacciano. Ormai sono quasi tutti in strada.
Il sisma ha restituito alla natura il suo potere primordiale, quasi selvaggio, e l'incontro fra persone che si conoscono da anni, spesso rese vicine solo dal numero civico, avviene in uno strato elementare e profondo del vivere, in cui cadono le convenzioni sociali, si azzerano le distanze, e ci si ritrova accomunati in un istinto primordiale di sopravvivenza. La natura si riprende la scena e sospende la cultura. 
La solidarietà passa per le tazze di camomilla (o di caffè, a seconda dei casi), si estende immediatamente a chi non facciamo fatica a immaginare messo molto peggio di noi. Anche gli sguardi che tornano ad affondare negli smartphone non hanno il sapore futile e discriminatorio di sempre. Comincia ad emergere il quadro della sciagura, i nomi familiari di molte località si caricano di un alone oscuro e tragico. La seconda scossa ci trova in strada: il terrore fa sbandare di qua e di là, senza trovare una terraferma dove rifugiarsi.
Poi, lentamente, la tensione comincia a scemare; passano il camion della raccolta differenziata, qualche auto, un tizio che non riesce a dormire e cammina, ignorato dai più, tutta la notte. Insieme ai saluti, le convenzioni sociali si riprendono il proprio spazio. Tornano i luoghi comuni, i soliti sapientoni cominciano a sciorinare ricette improbabili, la comunità generata quasi miracolosamente dal sisma torna a frazionarsi in mille sottogruppi. 
C'è tempo per pensare, per interrogarsi sul mistero di una fragilità che cerchiamo invano, ogni giorno, di esorcizzare in mille modi; ma anche per rifugiarsi in un pugno di certezze, misere e rassicuranti, alle quali troppo spesso deleghiamo il nostro futuro.
Probabilmente, su scala più ampia, è quanto sta accadendo al Paese, quando cala la polvere e la fraternità dell'emergenza torna a dissolversi nel reticolo dei sospetti, delle diffidenze e degli scetticismi, che il terremoto sembra aver sospeso solo per poche ore. Ma questa è un'altra storia, sulla quale varrà la pena di tornare...

martedì 9 agosto 2016

Le Olimpiadi, il puro e l'impuro

Il Maracanà visto dalle favelas (Reuter)
Le Olimpiadi sono, sotto molti punti di vista, come gran parte dei megaeventi del nostro tempo, un fenomeno complesso: affascinante e contradditorio, alternativo e insieme pienamente integrato nella logica di mercato e di consumo che ormai rappresenta la nostra gabbia di ferro.
L'inaugurazione, in particolare, è diventata uno spettacolo nello spettacolo e, nel caso di Rio, ha dimostrato che la creatività non dipende necessariamente dal budget. Un film della storia brasiliana, e non solo, intenso e persino commovente. Eppure, lo stesso messaggio positivo può cambiare di segno se visto da una poltrona VIP in prima fila (ma anche dal nostro salotto di casa) oppure dall'ammasso affastellato delle favelas, che stringono d'assedio la metropoli e cercano di mitigare lo logica dell'esclusione organizzando la vita attorno a un grande schermo TV, dove le telenovelas offrono evasioni insulse a una vita minore.
Le medesime contraddizioni abitano (ormai da troppi anni) lo stesso evento olimpico: le decisioni, le responsabilità, i bilanci, l'organizzazione (che non solo solo un supporto strumentale, ma in molti casi l'essenza stessa dell'evento) non hanno praticamente nulla dello spirito di De Coubertin. Ma chi può dire che questo spirito - per cui ciò che conta è partecipare - sia l'unica stella polare degli atleti? 
La comprensibile soddisfazione per la vittoria è spesso solo il gradino più basso di una scala di inquinamento dello spirito olimpico, in cui convivono gelosie, rivalità, voglia di protagonismo, rispetto alle quali sono in agguato sponsor sempre più affamati di soldi, mentre, oltre i confini del lecito, si profila il gioco sporco del doping, in cui spesso i colpevoli e gli innocenti, i complici e gli ingenui, i mandanti e le vittime si confondono in modo inestricabile.
Da questo punto di vista, le Olimpiadi sono una metafora della vita, in cui il puro e l'impuro, così chiaramente distinti a parole, si sfiorano, si toccano, si amalgamano in una miscela torbida. 
Per molti versi, persino l'idea di una splendida parentesi di gratuità, solo apparentemente alternativa alla macchina infernale del profitto a tutti i costi, rischia di diventare connivente con questa ideologia totalizzante, che si permette di creare delle piccole isole sotto controllo, purché non venga messo in discussione il sistema. Il feriale dominato dall'ossessione cieca dell'utile e il festivo abbandonato al consumo spensierato dell'inutile sono due facce della medesima medaglia. Vedete come siamo bravi? Il sistema globale ha qualche effetto collaterale (stritola gli ultimi, produce ingiustizia sociale, competizione sregolata, immigrazione e guerre…), ma ci dà anche, ogni tanto, un po' di sollievo con lo sport, distribuendo qualche medaglia.
Eppure non dobbiamo arrenderci né alla logica ingenua dell'evento "puro", né alla logica castrofista dell'impuro, che insegue a tutti costi un purismo intollerante e assoluto sulla terra… Il messaggio più interessante non è che nelle Olimpiadi ci siano presenze impure: sono ovunque nella nostra vita, chi è senza peccato scagli la prima pietra. Il vero messaggio è che nello spirito olimpico c'è, potrebbe esserci, dovrebbe esserci sempre di più una perla di luce, che dobbiamo però continuamente "purificare", impedendo che qualcuno se ne appropri e la usi per i propri scopi: il "puro" delle Olimpiadi è che si può celebrare la gratuità "inutile" del gioco, che rifiuta le frontiere, le discriminazioni, i pregiudizi, gli imbrogli. 
La gratuità "inutile" del gioco è una forma autentica di bellezza, un'esperienza buona di fraternità, un'idea di competizione senza vittime, in cui la differenza tra vincente e perdente non impedisce di abbracciarsi e non è per l'eternità. Non dobbiamo stupirci dell'impuro, dobbiamo lasciarci stupire - persino commuovere - per il puro che, sia pure in piccole dosi, è in mezzo a noi e c'invita a cercare un altro modo di vivere e di convivere, guardando però molto lontano.

venerdì 15 luglio 2016

La violenza e il nulla


Al centro del libro XXII dell’Iliade campeggia l’ira funesta di Achille, dopo che Ettore ha ucciso Patroclo, il suo compagno d’armi. Mentre i Troiani sono rinchiusi nella città, Ettore rimane da solo sotto le mura ed è istigato da Minerva a cimentarsi con lui. Lo scontro sanguinoso tra i due eroi si conclude con la sconfitta del troiano: Ettore, ferito a morte, supplica il suo nemico di rendere il proprio cadavere ai genitori. Ma la risposta di Achille è durissima:
Or cani e corvi
Te strazieranno turpemente, e quegli
Avrà pomposa dagli Achei la tomba.
Non pregarmi, iniquo,
Non supplicarmi nè pe’ miei ginocchi

Nè pe’ miei genitor. Potessi io preso
Dal mio furore minuzzar le tue
Carni, ed io stesso, per l’immensa offesa
Che mi facesti, divorarle crude.
No, nessun la tua testa al fero morso
De’ cani involerà: nè s’anco dieci

E venti volte mi s’addoppii il prezzo
Del tuo riscatto, nè se d’altri doni
Mi si faccia promessa, nè se Príamo
A peso d’oro il corpo tuo redima,
No, mai non fia che sul funereo letto
La tua madre ti pianga. Io vo’ che tutto
Ti squarcino le belve a brano a brano.

Quindi il cadavere dello sconfitto viene spogliato e legato dietro il carro del vincitore, che fa un macabro giro intorno alle mura della città. Nel libro seguente si racconta dei solenni funerali di Patroclo, con Achille che sgozza dodici giovani prigionieri troiani. Il libro XXIV si apre quindi con un’assemblea degli dèi, i quali deliberano che Achille restituisca il corpo di Ettore alla sua famiglia. Frattanto il vecchio re Priamo, grazie alla protezione del dio Hermes, arriva senza essere visto nella tenda di Achille e s’inginocchia davanti a lui, supplicandolo di rendergli le spoglie del figlio.
… Achille!
Abbi ai numi rispetto, abbi pietade
Di me: ricorda il padre tuo; deh! pensa
Ch’io mi son più misero, io, che soffro,
Disventura che mai altro mortale
Non soffrì, supplicante alla mia bocca
La man premendo che i miei figli uccise.

Achille è mosso a compassione dal ricordo di suo padre Peleo, chiede a Priamo di sedere a mensa nella sua tenda e acconsente a rendergli le spoglie del figlio. Siamo in uno dei vertici della letteratura di tutti i tempi: alla fine, il vincolo intergenerazionale e la solidarietà del dolore riducono di colpo l’asimmetria del rapporto, lasciando che l'umanità trionfi:
A queste voci intenerito Achille
Membrando il genitor, proruppe in pianto;
E preso il vecchio per la man, scotollo
Dolcemente. Piangea questi il perduto
Ettore ai pie’ dell’uccisore, e quegli
Or il padre, or l’amico, e risonava
Di gemiti la stanza.

Rileggere, a distanza di migliaia di anni, questo miracolo di una pietas ritrovata, che consente di superare la barriera tra amico e nemico, ristabilendo una reciprocità sui “fondamentali” di un’umanità ferita, aggiunge dolore a dolore, nella nostra epoca avvelenata da un odio assoluto e una violenza estrema, che non arretra nemmeno dinanzi all’innocenza. Non ci sono civili, donne o bambini che possano avere un diritto all’esenzione in questa barbarie che non sembra avere più nulla di umano. Al contrario, proprio un bimbo è la preda più ambita da usare e agitare davanti al sistema mediatico per innalzare il livello del terrore.
Non c’è un vecchio che possa affacciarsi alla tenda del nemico più acerrimo e chiedere le spoglie del figlio, caduto in un duello leale; non c’è più un nemico che possa commuoversi al pensiero del proprio padre e ritrovarsi di colpo come un figlio fragile e solidale. Non c’è più alcuna frontiera oltre la quale la violenza non possa spingersi; in molti casi, non ci sono più nemmeno le spoglie delle vittime, ridotte a una poltiglia biologica irriconoscibile!
Mai la violenza e il nulla sono stati così vicini, gomito e gomito: esaltati nel medesimo delirio, assaporati con il medesimo gusto diabolico, condannati alla medesima dissoluzione.
Oggi non possiamo più permetterci di dire che episodi terroristici come quelli che hanno insanguinato Nizza, Dacca, Parigi, troppe città europee e più ancora – molto di più! – ormai tutti i continenti, dal Medio Oriente agli Stati Uniti, ci fanno tornare indietro di millenni! No: l’autore (o gli autori) dell’Iliade difficilmente avrebbero immaginato e progettato barbarie più atroci di queste.
Guardare indietro e capire quando la nostra storia è cominciata davvero ci spaventa e ci consola: ci spaventa, perché i veri barbari primitivi, che vorrebbero riportare la storia alla preistoria, sono tornati in mezzo a noi; ci consola, perché l’unica storia che abbia un futuro e che meriti di essere raccontata è quella che canta la pietas, non la barbarie. La barbarie non ha storia, perché non ha parole, non ha idee, non ha dignità. Non ha nulla. L’occidente salottiero che ha civettato irresponsabilmente, per troppo tempo, con il nichilismo ne prenda atto: forse i nostri kamikaze, nati, allevati e cresciuti nel nulla dell’Occidente, ci hanno preso troppo sul serio.

mercoledì 11 maggio 2016

Cittadini di Galilea

L’estate si sta avvicinando e il desiderio di ritagliarsi un po’ di spazio per la lettura di un buon libro comincia a farsi sentire. Un’opportunità immediata è la prima pubblicazione dell’editrice Ave uscita dal laboratorio “polmone spirituale” di Casa San Girolamo a Spello, Cittadini di Galilea. La vita spirituale dei laici. I contributi di Luigi Alici, mons. Mansueto Bianchi e Matteo Truffelli, accompagnano il lettore lungo il sentiero di Galilea, la terra da cui è partito il cammino di Gesù e il percorso della Chiesa. Un luogo simbolico ma assai concreto, da cui può idealmente prendere il via l’esperienza di ogni laico cristiano, chiamato a vivere la propria spiritualità nelle realtà che abita quotidianamente, dalla famiglia al lavoro, dalla parrocchia alla città.

L. Alici, M. Bianchi, M. Truffelli, Cittadini di Galilea. La cita spirituale dei laici, Ave, Roma 2016, pp. 128, € 7