martedì 9 agosto 2016

Le Olimpiadi, il puro e l'impuro

Il Maracanà visto dalle favelas (Reuter)
Le Olimpiadi sono, sotto molti punti di vista, come gran parte dei megaeventi del nostro tempo, un fenomeno complesso: affascinante e contradditorio, alternativo e insieme pienamente integrato nella logica di mercato e di consumo che ormai rappresenta la nostra gabbia di ferro.
L'inaugurazione, in particolare, è diventata uno spettacolo nello spettacolo e, nel caso di Rio, ha dimostrato che la creatività non dipende necessariamente dal budget. Un film della storia brasiliana, e non solo, intenso e persino commovente. Eppure, lo stesso messaggio positivo può cambiare di segno se visto da una poltrona VIP in prima fila (ma anche dal nostro salotto di casa) oppure dall'ammasso affastellato delle favelas, che stringono d'assedio la metropoli e cercano di mitigare lo logica dell'esclusione organizzando la vita attorno a un grande schermo TV, dove le telenovelas offrono evasioni insulse a una vita minore.
Le medesime contraddizioni abitano (ormai da troppi anni) lo stesso evento olimpico: le decisioni, le responsabilità, i bilanci, l'organizzazione (che non solo solo un supporto strumentale, ma in molti casi l'essenza stessa dell'evento) non hanno praticamente nulla dello spirito di De Coubertin. Ma chi può dire che questo spirito - per cui ciò che conta è partecipare - sia l'unica stella polare degli atleti? 
La comprensibile soddisfazione per la vittoria è spesso solo il gradino più basso di una scala di inquinamento dello spirito olimpico, in cui convivono gelosie, rivalità, voglia di protagonismo, rispetto alle quali sono in agguato sponsor sempre più affamati di soldi, mentre, oltre i confini del lecito, si profila il gioco sporco del doping, in cui spesso i colpevoli e gli innocenti, i complici e gli ingenui, i mandanti e le vittime si confondono in modo inestricabile.
Da questo punto di vista, le Olimpiadi sono una metafora della vita, in cui il puro e l'impuro, così chiaramente distinti a parole, si sfiorano, si toccano, si amalgamano in una miscela torbida. 
Per molti versi, persino l'idea di una splendida parentesi di gratuità, solo apparentemente alternativa alla macchina infernale del profitto a tutti i costi, rischia di diventare connivente con questa ideologia totalizzante, che si permette di creare delle piccole isole sotto controllo, purché non venga messo in discussione il sistema. Il feriale dominato dall'ossessione cieca dell'utile e il festivo abbandonato al consumo spensierato dell'inutile sono due facce della medesima medaglia. Vedete come siamo bravi? Il sistema globale ha qualche effetto collaterale (stritola gli ultimi, produce ingiustizia sociale, competizione sregolata, immigrazione e guerre…), ma ci dà anche, ogni tanto, un po' di sollievo con lo sport, distribuendo qualche medaglia.
Eppure non dobbiamo arrenderci né alla logica ingenua dell'evento "puro", né alla logica castrofista dell'impuro, che insegue a tutti costi un purismo intollerante e assoluto sulla terra… Il messaggio più interessante non è che nelle Olimpiadi ci siano presenze impure: sono ovunque nella nostra vita, chi è senza peccato scagli la prima pietra. Il vero messaggio è che nello spirito olimpico c'è, potrebbe esserci, dovrebbe esserci sempre di più una perla di luce, che dobbiamo però continuamente "purificare", impedendo che qualcuno se ne appropri e la usi per i propri scopi: il "puro" delle Olimpiadi è che si può celebrare la gratuità "inutile" del gioco, che rifiuta le frontiere, le discriminazioni, i pregiudizi, gli imbrogli. 
La gratuità "inutile" del gioco è una forma autentica di bellezza, un'esperienza buona di fraternità, un'idea di competizione senza vittime, in cui la differenza tra vincente e perdente non impedisce di abbracciarsi e non è per l'eternità. Non dobbiamo stupirci dell'impuro, dobbiamo lasciarci stupire - persino commuovere - per il puro che, sia pure in piccole dosi, è in mezzo a noi e c'invita a cercare un altro modo di vivere e di convivere, guardando però molto lontano.

venerdì 15 luglio 2016

La violenza e il nulla


Al centro del libro XXII dell’Iliade campeggia l’ira funesta di Achille, dopo che Ettore ha ucciso Patroclo, il suo compagno d’armi. Mentre i Troiani sono rinchiusi nella città, Ettore rimane da solo sotto le mura ed è istigato da Minerva a cimentarsi con lui. Lo scontro sanguinoso tra i due eroi si conclude con la sconfitta del troiano: Ettore, ferito a morte, supplica il suo nemico di rendere il proprio cadavere ai genitori. Ma la risposta di Achille è durissima:
Or cani e corvi
Te strazieranno turpemente, e quegli
Avrà pomposa dagli Achei la tomba.
Non pregarmi, iniquo,
Non supplicarmi nè pe’ miei ginocchi

Nè pe’ miei genitor. Potessi io preso
Dal mio furore minuzzar le tue
Carni, ed io stesso, per l’immensa offesa
Che mi facesti, divorarle crude.
No, nessun la tua testa al fero morso
De’ cani involerà: nè s’anco dieci

E venti volte mi s’addoppii il prezzo
Del tuo riscatto, nè se d’altri doni
Mi si faccia promessa, nè se Príamo
A peso d’oro il corpo tuo redima,
No, mai non fia che sul funereo letto
La tua madre ti pianga. Io vo’ che tutto
Ti squarcino le belve a brano a brano.

Quindi il cadavere dello sconfitto viene spogliato e legato dietro il carro del vincitore, che fa un macabro giro intorno alle mura della città. Nel libro seguente si racconta dei solenni funerali di Patroclo, con Achille che sgozza dodici giovani prigionieri troiani. Il libro XXIV si apre quindi con un’assemblea degli dèi, i quali deliberano che Achille restituisca il corpo di Ettore alla sua famiglia. Frattanto il vecchio re Priamo, grazie alla protezione del dio Hermes, arriva senza essere visto nella tenda di Achille e s’inginocchia davanti a lui, supplicandolo di rendergli le spoglie del figlio.
… Achille!
Abbi ai numi rispetto, abbi pietade
Di me: ricorda il padre tuo; deh! pensa
Ch’io mi son più misero, io, che soffro,
Disventura che mai altro mortale
Non soffrì, supplicante alla mia bocca
La man premendo che i miei figli uccise.

Achille è mosso a compassione dal ricordo di suo padre Peleo, chiede a Priamo di sedere a mensa nella sua tenda e acconsente a rendergli le spoglie del figlio. Siamo in uno dei vertici della letteratura di tutti i tempi: alla fine, il vincolo intergenerazionale e la solidarietà del dolore riducono di colpo l’asimmetria del rapporto, lasciando che l'umanità trionfi:
A queste voci intenerito Achille
Membrando il genitor, proruppe in pianto;
E preso il vecchio per la man, scotollo
Dolcemente. Piangea questi il perduto
Ettore ai pie’ dell’uccisore, e quegli
Or il padre, or l’amico, e risonava
Di gemiti la stanza.

Rileggere, a distanza di migliaia di anni, questo miracolo di una pietas ritrovata, che consente di superare la barriera tra amico e nemico, ristabilendo una reciprocità sui “fondamentali” di un’umanità ferita, aggiunge dolore a dolore, nella nostra epoca avvelenata da un odio assoluto e una violenza estrema, che non arretra nemmeno dinanzi all’innocenza. Non ci sono civili, donne o bambini che possano avere un diritto all’esenzione in questa barbarie che non sembra avere più nulla di umano. Al contrario, proprio un bimbo è la preda più ambita da usare e agitare davanti al sistema mediatico per innalzare il livello del terrore.
Non c’è un vecchio che possa affacciarsi alla tenda del nemico più acerrimo e chiedere le spoglie del figlio, caduto in un duello leale; non c’è più un nemico che possa commuoversi al pensiero del proprio padre e ritrovarsi di colpo come un figlio fragile e solidale. Non c’è più alcuna frontiera oltre la quale la violenza non possa spingersi; in molti casi, non ci sono più nemmeno le spoglie delle vittime, ridotte a una poltiglia biologica irriconoscibile!
Mai la violenza e il nulla sono stati così vicini, gomito e gomito: esaltati nel medesimo delirio, assaporati con il medesimo gusto diabolico, condannati alla medesima dissoluzione.
Oggi non possiamo più permetterci di dire che episodi terroristici come quelli che hanno insanguinato Nizza, Dacca, Parigi, troppe città europee e più ancora – molto di più! – ormai tutti i continenti, dal Medio Oriente agli Stati Uniti, ci fanno tornare indietro di millenni! No: l’autore (o gli autori) dell’Iliade difficilmente avrebbero immaginato e progettato barbarie più atroci di queste.
Guardare indietro e capire quando la nostra storia è cominciata davvero ci spaventa e ci consola: ci spaventa, perché i veri barbari primitivi, che vorrebbero riportare la storia alla preistoria, sono tornati in mezzo a noi; ci consola, perché l’unica storia che abbia un futuro e che meriti di essere raccontata è quella che canta la pietas, non la barbarie. La barbarie non ha storia, perché non ha parole, non ha idee, non ha dignità. Non ha nulla. L’occidente salottiero che ha civettato irresponsabilmente, per troppo tempo, con il nichilismo ne prenda atto: forse i nostri kamikaze, nati, allevati e cresciuti nel nulla dell’Occidente, ci hanno preso troppo sul serio.

mercoledì 11 maggio 2016

Cittadini di Galilea

L’estate si sta avvicinando e il desiderio di ritagliarsi un po’ di spazio per la lettura di un buon libro comincia a farsi sentire. Un’opportunità immediata è la prima pubblicazione dell’editrice Ave uscita dal laboratorio “polmone spirituale” di Casa San Girolamo a Spello, Cittadini di Galilea. La vita spirituale dei laici. I contributi di Luigi Alici, mons. Mansueto Bianchi e Matteo Truffelli, accompagnano il lettore lungo il sentiero di Galilea, la terra da cui è partito il cammino di Gesù e il percorso della Chiesa. Un luogo simbolico ma assai concreto, da cui può idealmente prendere il via l’esperienza di ogni laico cristiano, chiamato a vivere la propria spiritualità nelle realtà che abita quotidianamente, dalla famiglia al lavoro, dalla parrocchia alla città.

L. Alici, M. Bianchi, M. Truffelli, Cittadini di Galilea. La cita spirituale dei laici, Ave, Roma 2016, pp. 128, € 7

sabato 7 maggio 2016

Amoris Laetitia e la parabola del professore

"Comprendo coloro che preferiscono una pastorale più rigida che non dia luogo ad alcuna confusione. Ma
credo sinceramente che Gesù vuole una Chiesa
attenta al bene che lo Spirito sparge in mezzo alla fragilità
" (AL, 308).


A mio giudizio, è questa un'affermazione centrale della recente Esortazione "Amoris Laetitia", sull'amore nela famiglia, con la quale Francesco assume e rilancia i due Sinodi sulla famiglia. Al di là del tono dimesso, si tratta di una dichiarazione solenne e autorevole - che per molti versi deve mettere i brividi a ogni vero credente -  con la quale il papa manifesta il senso più alto del mandato, che ritiene di avere ricevuto come Vicario di Cristo sulla terra, in questo particolare frangente storico. 
Ogni altro aspetto specifico del testo, secondo me, dovrebbe essere letto alla luce di questa frase, che comporta un'autentica "rivoluzione copernicana" nella postura della Chiesa rispetto alla storia. 
Prima di riprendere e approfondire, in un prossimo post, alcune delle tesi portanti di "Amoris Laetitia", vorrei ora provare a offrire una chiave di lettura di tale "rivoluzione copernicana" attraverso un piccolo esempio.

C'era una volta un vecchio professore di matematica. Bravissimo, ma vecchio e stanco. Si era laureato a pieni voti e aveva davanti a sé grandi attese, ma le porte della carriera universitaria non si aprirono, come segretamente sperava. Andò a insegnare in un liceo, e a poco a poco si adattò alla vita scolastica, anche se in cuor suo si considerava sprecato per quei ragazzi. I primi anni, comunque, furono di grande successo: quando andava alla lavagna, in quella classe che nessuno riusciva a tenere, scendeva un silenzio elettrizzante. I più bravi lo idolatravano, gli altri lo temevano, la classe intera lo seguiva. Il professore era esigente, molto esigente, ma le cose alla fine andavano molto bene. 
Il suo vero nemico era però il tempo: cominciarono a passare gli anni, implacabilmente, uno dopo l'altro. Poco a poco il professore si era affezionato ad alcuni giri di frase, ad alcune formule, ad alcuni modi di dire: da giovane avevano funzionato, perché non dovrebbero funzionare sempre? Ma la ripetizione delle stesse cose è un veleno micidiale, che anestetizza la vita e fa perdere progressivamente il contatto con gli altri. La routine è il nemico implacabile dell'entusiasmo. Quel professore esigente diventò sempre più severo, chiuso, irrigidito nei propri schemi e alla fine spompato. Un piccolo tarlo, che lo accompagnava da anni, gli crebbe dentro fino a diventare un ritornello ricorrente: "Questi ragazzi non mi capiscono, non mi seguono, non mi meritano". La distanza dagli allievi si trasformò in vero e proprio disprezzo.
Nel frattempo, da qualche anno le classi erano sempre meno numerose: fuori della scuola accadevano strani fenomeni, mai capitati, per lui incomprensibili. Le famiglie si sfasciavano, la società si andava sbriciolando e le tecnologia - quella tecnologia che un tempo lui conosceva così bene - era diventata una banale merce di consumo. I ragazzi erano sempre più apatici, distratti, aridi, attaccati ai loro telefonini, da cui succhiavano il nulla. Nessuno voleva più andare a scuola.

Un giorno il nuovo preside lo chiamò: gli fece un lungo discorso, che gli dava fastidio, lo rimetteva in discussione, lo lasciava disorientato e infastidito. Disse di sì a quasi tutte le parole del preside, alternando espressioni di circostanza a un ossequio vuoto e formale, ma in cuor suo aveva ormai mollato. 
"Ma cosa vuole questo qui? Vuole insegnarmi il mestiere, dopo tanti anni d'dui scuola? Io conosco la materia e la trasmetto nella sua interezza. I contenuti sono quelli che contano, non abbasserò mai l'asticella… dove andremo a finire altrimenti? Se fuori della scuola le cose non vanno bene, non è mica colpa mia! Che vuole da me, che mi metta a fare l'assistente sociale? I ragazzi non sono più quelli di una volta, la società non è più quella di una volta, ma la legge della caduta dei gravi o la teoria della relatività non possono mica cambiare per accontentare questa gente di dura cervice! Che significa che io debbo riconoscere la loro fragilità, camminare insieme a loro, integrarli e non emarginarli? Non posso mettermi al loro livello; una volta sceso dalla cattedra, che cosa mi rimane? Sono uno professore, io; loro una massa di svalvolati…"

Chi vuole intendere, intenda…

giovedì 7 aprile 2016

Armando Rigobello, la persona tra autenticità e testimonianza


«Se vedi una persona saggia, va’ di buon mattino da lei, il tuo piede logori i gradini della sua porta» (Sir 6,36): le parole del Siracide evocano la gratitudine e il rimpianto di quanti – studenti, discepoli, professori – hanno bussato alla porta di Armando Rigobello. Per quanto mi riguarda, non solo a Roma, dove il professore ha abitato dal 1974 fino alla morte, avvenuta nella notte tra il 4 e il 5 aprile, ma prima ancora a Perugia. In un’università in cui i sussulti della contestazione continuavano in forme di occupazione selvaggia, ricordo seminari alternativi, rigorosi e coinvolgenti, nei luoghi più diversi, oltre all’incontro in piccoli gruppi nella sua casa, dove si leggevano i dialoghi di Platone fino a tarda notte e si tornava con il brivido di panorami inesplorati, che facevano assomigliare lo studio della filosofia a un’autentica vocazione.
Formatosi all’università di Padova, Rigobello accoglie da Luigi Stefanini la sensibilità speculativa per la centralità della persona e una capacità d’intrecciare l’eredità classica con istanze del pensiero moderno e contemporaneo. Dopo un breve periodo d’insegnamento nei licei e un soggiorno di studio a Monaco di Baviera, Rigobello consegue nel 1958 la libera docenza e insegna, dal 1963 al 1974, Filosofia morale all’Università di Perugia. Passa quindi a Roma Sapienza e, nel 1982, alla sede di Tor Vergata. Ha insegnato a lungo alla Lumsa di Roma, dove è stato anche Rettore. L’elenco degli impegni in società filosofiche e istituzioni pubbliche (giovanissimo vicesindaco di Badia Polesine, dov’era nato nel 1924, fino a membro del CdA Rai, sotto la presidenza di Paolo Grassi) sarebbe lungo e non darebbe ragione delle motivazioni più intime del suo percorso; un percorso segnato dall’impegno giovanile in Azione Cattolica, in ambito diocesano e regionale, negli anni in cui Mario Rossi prendeva il posto di Carlo Carretto. Una figura, quest’ultima, che Rigobello ritroverà nell’eremo di Spello, dove si andava spesso, insieme.
Grazie alla sua ricerca, in dialogo con la cultura francese e tedesca, Rigobello diventa ben presto una figura di spicco nel panorama filosofico contemporaneo: il suo primo libro su Mounier (1955) apre il confronto fra personalismo francese e quello italiano. Ma l’attenzione alla persona rifugge da una facile retorica spiritualistica; inizia da qui un movimento all’indietro, verso la matrice socratico-platonica e agostiniana, e in avanti, attraverso un confronto rigoroso con Kant: la sua opera I limiti del trascendentale in Kant (1963, tradotta in tedesco nel 1968) alimenta studi importanti sul trascendentale e sulla nozione di “regno dei fini”. Dalla riconsiderazione del mondo della vita, grazie a un vivo interesse per la fenomenologia, scaturisce un’opera fondamentale, Legge morale e mondo della vita (1968), al centro di corsi memorabili negli anni della contestazione.
Il trasferimento a Roma coincide con nuovi approfondimenti: dal grande volume Dal romanticismo al positivismo (1974) a una finissima ricerca sulla filosofia francese contemporanea, tra Sartre e Camus (L’impegno ontologico, 1977), mentre le tematiche morali accompagnano una rilettura dell’identità propria della ricerca filosofica (Il futuro della libertà, 1978; Perché la filosofia, 1979; tr. tedesca 1999; tr. spagnola 2000; Certezza morale ed esperienza religiosa, 1983; Kant, Che cosa posso sperare, 1983; L’immortalità dell’anima, 1987). Il rapporto tra analisi interiore e struttura trascendentale (Oltre il trascendentale, 1994) si apre a una riflessione intorno alla condizione umana, in cordiale interlocuzione con Paul Ricoeur (Autenticità nella differenza, 1989; L’estraneità interiore, 2001). Negli ultimi anni Rigobello scrive piccoli libri, che rivisitano i suoi temi, secondo una lucida essenzialità teoretica (da L’apriori ermeneutico, del 2007, fino all’ultimo, del 2014: Dalla pluralità delle ermeneutiche all’allargamento della razionalità).
Nel punto d’incontro fra una filosofia restituita a un’essenziale vocazione platonica e una fede cristiana accolta come originaria donazione di senso, la persona emerge, oltre ogni cattura rappresentativa, solo attraverso approcci stringenti e mai esaustivi, mentre la relazione intersoggettiva è chiamata a un’ineludibile responsabilità morale: il difficile cammino della ricerca genera solidarietà comunitarie da vivere storicamente nell'arduo esercizio della testimonianza, intesa da Rigobello come «un’epifania di verità che si è fatta consapevolezza interiore del testimone». In un’epoca in bilico tra antiche suggestioni biocentriche e nuovi miraggi postumani, questo messaggio ci appare oggi ancor più prezioso e profetico. Essere testimoni di una grande verità, professata in punta di piedi, con una discrezione tenace e appassionata, è forse il modo più alto di essere maestri.

Luigi Alici
(Articolo pubblicato su Avvenire, 6 aprile 2016, p. 22)

sabato 2 aprile 2016

Giustizia e misericordia


"Nella misericordia l'espressione massima della giustizia e della fede": a questa espressione di papa Francesco, contenuta nelle sue invocazioni al termine della Via crucis del venerdì santo, è stata dedicata la puntata di ieri del "Diario di papa Francesco" di TV2000.
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