sabato 19 novembre 2016

Se questo è un referendum


Sul referendum costituzionale ormai alle porte è stato scritto molto, a proposito e sproposito. Si sono intrecciate valutazioni molto circoscritte e puntuali; a volte troppo, fino a perdere di vista la posta in gioco. In altri casi, al contrario, le valutazioni si sono tenute molto lontane dal merito del quesito referendario, fino a declassarlo a semplice pretesto per esprimere una preferenza politica che con il referendum ha poco o nulla a che fare. Si potrebbe aggiungere che l’oscillazione fra un'angolatura troppo stretta e, all'opposto, troppo ampia, compare in entrambi gli schieramenti: alcuni orientamenti per il SI e per il NO si fermano alla lettera (o ad aspetti marginali) della proposta di riforma; nello stesso tempo, c'è chi vorrebbe trasformare l'appuntamento elettorale in un referendum su altro, in ultima analisi sul governo Renzi, o addirittura sulla sua persona. Quest'errore lo ha commesso inizialmente lo stesso Presidente del Consiglio (duramente criticato, tra gli altri, anche dal Presidente emerito Napolitano), ora è invece commesso da un ampio schieramento antigovernativo (e persino interno al PD!).
Si potrebbe aggiungere che, inevitabilmente, oltre i contenuti, siamo in presenza di uno scontro intergenerazionale; non solo all'interno della classe politica, ma persino dei costituzionalisti: i più giovani spesso tendono a valorizzare gli elementi di novità, seppur imperfetti; i meno giovani tendono invece a denunciare un grave vulnus all'impianto stesso della nostra Carta costituzionale, la quale - sia detto per inciso - può continuare ad essere la più bella del mondo, senza per forza diventare il pretesto per un immobilismo mummificato.
Rispetto a questo scenario, semplificare è sempre una grande tentazione, alla quale dobbiamo però resistere con tutte le forze: semplificano, infatti, sia quelli che minimizzano, parlando di una semplice procedura di snellimento istituzionale, sia quelli che drammatizzano, evocando una linea del Piave fra la democrazia e un'oscura deriva autoritaria (è singolare, fra l'altro, che anche da destra si evochi tale pericolo, dopo aver invocato per anni strumenti normativi più decisionisti). La drammatizzazione impropria è, a suo modo, una forma di semplificazione. L'attacco scomposto a Benigni, accusato di essere un venduto e un traditore, ne è uno dei segni spiacevoli.
Concluderei così questo primo giro di pensieri:
- non si può minimizzare: l'appuntamento referendario è importante, si DEVE votare. I pentiti della Brexit nel Regno Unito e della vittoria di Trump negli USA in molti casi sono cittadini che non hanno votato!
- non si deve drammatizzare: chi vota SI non è un pericoloso antidemocratico, chi vota NO non è un bieco sabotatore. 
Debbo infine aggiungere una considerazione personale, che articolerei in 3 punti:
1) Senza entrare nello specifico della riforma, su cui ormai è stato detto tutto, si deve ammettere che il sistema attuale non funziona e ha oggettivamente bisogno di essere rinnovato, a cominciare dal superamento del bicameralismo paritario. Questo, almeno in passato, lo hanno ammesso quasi tutti, salvo tirarsi indietro all'ultimo momento, quando, dopo aver "parlato" per mesi di riforme, il cerchio cominciava a stringersi. D'altro canto, appare una ipocrisia intollerabile proclamare che con la vittoria del NO si farebbe in 6 mesi una vera riforma, soprattutto perché quasi sempre chi parla così ha avuto in passato il tempo e il potere per fare la loro vera riforma! Non possiamo più andare avanti con un sistema che non esiste in quasi nessun paese del mondo e che è ormai ostaggio di una rete di complicità contrapposte, di veti incrociati e di lungaggini intollerabili, che sono i veri nemici della democrazia. Una democrazia che non sa accelerare il passo con i tempi che cambiano avalla nei fatti un sottosuolo di poteri invisibili, che decidono per noi, lasciando intendere astutamente che le assemblee parlamentari sono luoghi folcloristici inadatti per momenti difficili. Non possiamo accettare che la democrazia non possa essere una forma politica adeguata per un tempo di crisi.
2) Non esistono condizioni ideali, ma solo condizioni storiche per le riforme, ed è compito della politica capire quando si verifica una congiuntura storica in cui poter fare quello che prima non si è fatto e che forse dopo non si potrà fare più per molto tempo. Nel merito, questa riforma ha molte imperfezioni, di contenuto e di linguaggio, e i puristi fanno bene a ricordarcelo. Tuttavia la politica deve fare sempre sintesi tra i valori e la storia, anche a costo di qualche compromesso, che fa la vera differenza in uno statista: la differenza per cui, con il suo coraggio, Tsipras, in Grecia, ha assunto la statura di un vero leader rispetto al radicalismo avventurista del suo ministro Varoufakis; in piccolo, è la stessa differenza che, all'interno del PD, ha contraddistinto la scelta sofferta di Cuperlo rispetto a quella più facile di D'Alema. L'aver spinto per scomporre l'abbinamento improvvido tra riforma costituzionale e legge elettorale è un atto meritorio, in questo caso, di realismo politico. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che molto spesso i puristi sono il rifugio ideale degli opportunisti: se in Italia la difesa - doverosa, energica e convinta - del sindacato, dei partiti e di tutti gli spazi di partecipazione democratica è un valore irrinunciabile della nostra repubblica parlamentare, non dobbiamo nemmeno negare che – proprio per questo – tali spazi sono diventati spesso nicchie oscure e protette, usate come rifugio di politicanti ideologici e fuori della storia, senza arte né parte, che hanno trasformato le assemblee democratiche in un prateria, teatro di esibizionismi includenti e parassitari. Ai puristi dobbiamo tutti moltissimo, ma dobbiamo anche ricordare che forse, ogni tanto, dovrebberso guardarsi le spalle: spesso - inconsapevolmente, è ovvio - mentre lavorano per il bene comune, lasciano proliferare indisturbati antichi e nuovi egoismi corporativi…
3) Oggi, nell'attuale congiuntura storica - europea, non solo italiana -, soprattutto dopo l'elezione di Trump (!), non possiamo nasconderci che il referendum assume un valore politicamente simbolico. Molto probabilmente una vittoria del NO potrebbe significare: una delegittimazione del Governo, con una possibile soluzione "all'italiana" rappresentata da un governicchio di transizione, per andare poi ad elezioni in clima di grande confusione; una resa dei conti all'interno del PD, che potrebbe portare a una scissione; un incoraggiamento al populismo e alla demagogia, che, dopo le elezioni francesi, potrebbero estendere il loro contagio in Italia; un colpo fatale al futuro dell'Europa dei popoli, che potrebbe immiserirsi sempre più in un rigurgito di nazionalismi a malapena ammantati da una anonima deriva burocratica; una ripresa in grande, grandissimo stile della speculazione finanziaria, che restituirebbe ai mercati l'ultima parola, in presenza di una democrazia esitante e impotente. Non dobbiamo drammatizzare troppo, è vero; ma se si avverasse anche una sola di queste possibilità…
Nel caso di una vittoria del SI forse gli effetti sarebbero diversi, ma non riesco a immaginarli così preoccupanti. Fra l'altro, gli esperti ci ricordano che, oltre alla possibilità di riformare la legge elettorale, ci saranno vari spazi aperti per interventire successivamente a livello legislativo e amministrativo, attenuando criticità e stimolando verso interpretazioni meno divisive e più condivise di una cornice normativa da riempire gradualmente di atti concreti. Questo, a prescindere dal Presidente del consiglio; a mio modesto avviso (e credo di non essere solo), si può votare SI anche contro Renzi.
Confesso, da ultimo, che se dentro di me il SI stava lentamente vincendo sul NO "ai punti", anzi di stretta misura, dopo l'elezione di Trump mi sono convinto sempre più. Un'Italia instabile e un'Europa debole sono un regalo che non dobbiamo assolutamente fare né a Trump, né a Putin e nemmeno a Erdogan o Assad (né in futuro a Marine Le Pen o a Salvini).
Senza dire che qualcuno dovrebbe convincermi che Brunetta, Salvini, Gasparri, D'Alema, Vendola, Grillo & co. siano i veri paladini della Costituzione e i migliori difensori del nostro futuro.

giovedì 10 novembre 2016

Il futuro dell'Europa dinanzi a Trump, Putin e Erdogan: hic Rhodus, hic salta

In una delle sue opere più conosciute, Rivoluzione personalista e comunitaria (1935), Emmanuel Mounier individua cinque diversi modelli di società: tre di questi, in particolare, possono aiutarci a comprendere alcuni sommovimenti profondi nel sottosuolo della storia, non solo americana, dopo l'elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti. Il primo modello è quello della "società di massa": un insieme di individui senza vocazione, privi di identità, schiavi del conformismo e della "tirannia dell'anonimo". Un secondo modello  è chiamato da Mounier "società in noialtri" e indica quella forma di associazione che, reagendo a una massa anonima e impersonale, cerca di riscattarsi attraverso una investitura autoritaria, che si realizza attraverso una "mistica del capo": la febbre dell'uomo carismatico, che dà voce a una maggioranza silenziosa, snobbata dagli apparati, diventa in alcuni momenti una sorta di riscatto dalla disgregazione e dalla umiliazione, incarnandosi  in  una coscienza collettiva personificata, che rappresenta ed esprime "noialtri". Mounier pensava soprattutto ai fascismi come tipiche manifestazioni di questo modello, accanto al quale egli ne disegna un terzo, internamente più vivo del precedente ma politicamente meno connotato: è la  "società vitale", costituita da un legame diretto, immediato, quasi viscerale, tra compagni di avventura, che si sentono vivi solo perché cementati da pezzi di esperienza, da comuni abitudini e comuni interessi. Oggi potremmo dire: è una società vitale non solo ogni piccola comunità che si aggrappa alle proprie consuetudini e tradizioni, escludendo il diverso, ma anche ogni aggregazione estemporanea, tenuta insieme dal tifo per una squadra di calcio o una rockstar, o da uno dei tanti social network, che tengono a battesimo comunità effimere e superficiali.
Rimescolando
lo schema di Mounier ma restando fedele alla sua intuizione, si potrebbe dire che Trump è il frutto di una "società vitale", che non accetta di lasciarsi disgregare dalla globalizzazione, che rifiuta il riemergere di nuove dinastie
(i Kennedy, i Bush, i Clinton…) dentro una democrazia formale e inaridita; può farlo solo affidandosi a un leader diverso, illudendosi che possa essere un outsider solo perché parla il linguaggio di "noialtri": ruvido, sfrontanto, addirittura volgare. Insomma, massimamente politically incorrect.
Nessuno di noi, arrivando con una patologia acuta in un Pronto soccorso, chiederebbe di farsi curare da qualcuno che non sia medico, perché l'ospedale non funziona. Eppure nella vita democratica - che oggi non funziona, questo è certo - non essere un politico e nemmeno un sincero democratico sta diventando paradossalmente un requisito vincente.

Aristotele ci ha insegnato che solo la politica - correttamente intesa - è capace di quello sguardo universale sull'intero da cui dipende l'edificazione del bene comune. Le società vitali sono invece selettive: i poveri  ammirano il miliardario di successo, i patiti della rete il superesperto di tecnologie digitali, gli intransigenti la persona onesta, i localisti arrabbiati chi non guarda troppo lontano, la gente stufa dell'includenza vorrebbe un decisionista… Il problema è che il riccone potrebbe non accorgersi degli altri, l'onesto potrebbe essere un incompetente assoluto, il decisionista un dittatore in erba, il simpatico insolente un pericoloso
pasticcione. In un'epoca in cui la politica conta sempre di meno, chi si vanta di non far parte dell'establishment, potrebbe però essere organico a un diverso sistema di potere, che forse pesa di più di quello politico: ad esempio, il potere finanziario o quello mediatico.
Si può avere un successo elettorale inaspettato semplicemente perché si sono intercettate le corde giuste, si è captata la visceralità di una società vitale, presentandosi - anche in buona fede - come il suo interprete autentico e unico, e diventando così il "noialtri" della situazione. Non sempre questa è una forma di autoritarismo (come pensava Mounier, in un'epoca in cui - forse - la democrazia era più fragile), ma certamente è una forma di populismo, che usa la retorica dell'antipolitica per cavalcare la democrazia. Il male peggiore, anche nella vita sociale, non è sempre quello dichiarato; spesso è un parassita del bene, e può nascondersi ovunque: nella politica e nell'antipolitica.
Lasciamo a un Altro, com'è ovvio, il giudizio sulle persone, le quali peraltro sono spesso diverse da come appaiono o vogliono apparire, e possono sempre cambiare (non solo in peggio): ma è inevitabile prendere posizione su idee e ideali, azioni singole e comportamenti consolidati di chi occupa responsabilità pubbliche. E come è un po' difficile affermare che alla Casa Bianca sia stato eletto un vero cristiano (che ha alle spalle due divorzi e tre mogli), solo perché è contro i gay, allo stesso modo è difficile attribuire una passione smisurata per il bene comune a chi controlla società che hanno dichiarato fallimento 4 volte.
È altrettanto importante prendere posizione sulle conseguenze e sul possibile contagio populista dell'"effetto-Trump": l'Europa, che si vanta di essere culla della democrazia, di quale politica internazionale sarà capace, avendo come interlocutori figure come
Trump, Putin e Erdogan? Potrà mantenere un silenzio ipocrita sul futuro della democrazia in Turchia, in cambio di un megacampo profughi finanziato da noi, che non turbi i nostri sonni? Potrà accettare tranquillamente - per non dire altro - che Trump svenda un pezzo di Mediterraneo a Putin, rassegnandosi a una presenza stabile in Siria di basi militari russe? Come affrontare un possibile contagio populista in Francia, dove le elezioni sono imminenti, saldandosi con forme striscianti di nazionalismo e  xenofobia che circolano in modo semiclandestino quasi ovunque, finché non troveranno un tribuno senza scrupoli pronto a sdoganarle e trasformarle in una bandiera? E se in Italia l'esito del referendum portasse a una scissione nel Pd e a nuovi esperimenti di governo, che in realtà sin da ora appaiono molto vecchi?
In una favola di Esopo si racconta di un atleta sbruffone che si vantava di aver fatto un grandissimo salto da un piede all'altro del celebre colosso di Rodi e che era in grado, per provarlo, di esibire dei testimoni; al che uno degli astanti pronunciò la celebre frase: "Hic Rhodus, hic salta". Cioè: l'ostacolo è qui, non servono testimoni, facci vedere ora se sei capace di saltare. In questo momento, in cui le "società vitali" alimentano (o accettano) il dilagare dei populismi, all'Europa non basta più invocare la testimonianza della propria storia. È giunto il momento di gettare il cuore oltre l'ostacolo. Domani potrebbe essere troppo tardi.

giovedì 27 ottobre 2016

Tre domande piccole piccole…

... agli abitanti di Gorino:

1) se abitaste nella mia terra, scossa giorno e notte dal terremoto, direste: "La terra è mia"?

2) se abitaste a Lampedusa, direste: "Non siamo stati avvertiti"?

3) se foste i genitori delle povere disgraziate che avreste potuto ospitare tranquillamente, senza perdere né il sonno né la casa né molto altro, direste: "Sono l'avanguardia di una invasione"?

Tre risposte, da parte mia, sommesse ma anche energiche:

1) Per poter dire: "La terra è nostra", dobbiamo meritarcela. Ogni giorno.

2) Per poter dire: "Vogliamo essere avvertiti", dobbiamo dirlo sempre: quando ci capita una malattia, un terremoto, una guerra o una VERA invasione. Non lo dicono i bambini di Aleppo né gli abitanti di Amatrice né quelli di Lampedusa.

3) Per poter dire: "Siamo un paesino pulito", forse è bene ricordare che SPORCARSI LE MANI È IL MODO MIGLIORE DI ESSERE PULITI.

domenica 16 ottobre 2016

I conflitti di valore nello spazio pubblico


VII° COLLOQUIO DI ETICA
Macerata, 19-20 ottobre 2016
Due paradossi sembrano oggi pesare sul presente e sul futuro della convivenza: da un lato i valori, intesi come orizzonti di senso alti e moralmente vincolanti, attorno ai quali si plasma il vissuto personale e collettivo, invocati da sempre come alternativa alla logica del più forte e fonte di ethos condiviso, sembrano addirittura diventati un ostacolo ingombrante sulla via di una convivenza pacifica; da un altro lato, lo spazio pubblico, tradizionalmente inteso come il crocevia aperto e inclusivo in cui prossimità e distanza, “rapporti corti” e “rapporti lunghi” possono trovare un punto di equilibrio nel riconoscimento di un bene che accomuna, sembra al contrario trasformarsi in un incubatore di conflitti interminabili, ai quali la minaccia terroristica, ormai estesa su scala planetaria, conferisce una drammaticità nuova, attivando una spirale in cui paura diffusa e domanda di sicurezza si potenziano reciprocamente.
Da questi due paradossi scaturiscono alcune domande che saranno poste al centro del VII Colloquio di etica, in continuità con i Colloqui precedenti*: i conflitti che attraversano la sfera pubblica sono prodotti da un eccesso o, al contrario, da un deficit di valori morali? La sfera pubblica è uno spazio neutro, regolato da meccanismi puramente funzionali e strumentali, oppure la dimensione morale vi ha un originario diritto di cittadinanza, al punto che proprio tale dimensione segna lo spartiacque fra civile e incivile? Quale può essere, soprattutto oggi, in un’epoca di pluralismo diffuso, un punto di sintesi fra autonomia individuale e responsabilità sociale, e quindi fra etica privata ed etica pubblica?
Intorno a tali questioni si troveranno a discutere, all’Università di Macerata, studiosi di riconosciuto prestigio internazionale, insieme a giovani ricercatori di varie università. Il colloquio si articola in tre sessioni: al centro della prima sessione (Lo spazio pubblico tra pluralismo e relativismo), in cui interverranno Giampaolo Azzoni, filosofo del diritto dell’Università di Pavia, e lo psichiatra Francesco Stoppa, sarà posto il tema del confine fra pluralismo e relativismo, e la funzione civile delle istituzioni nella rigenerazione dello spazio pubblico. Nella seconda sessione (Valori e Conflitti) verrà approfondito il rapporto tra conflittualità e vita comune (Francesco Botturi, Università cattolica di Milano) e il discorso potrà quindi spostarsi sul tema del rapporto tra violenza e convivenza, disuguaglianze e povertà (Petar Bojanic, Institute of Philosophy and Social Theory di Belgrado). L’ultima sessione (Attraverso e oltre i conflitti) porterà in primo piano il tema dell’emancipazione femminile, grazie alla partecipazione di Geneviève Fraisse (CNRS, Parigi), e infine la grande questione, affidata al penalista Luciano Eusebi (Università cattolica di Milano), di una giustizia chiamata a ripensare il rapporto tra la colpa e la pena.
Programma
Macerata, 19-20 ottobre 2016
Aula A – Via Garibaldi, 20
19 ottobre mattina – I. Lo spazio pubblico tra pluralismo e relativismo
9.15 - Indirizzo di saluto del Direttore del Dipartimento, prof. Carlo Pongetti
Introduce e presiede Luigi Alici (Università di Macerata)
Giampaolo Azzoni (Università di Pavia)
Pluralismo e relativismo nello spazio pubblico
 Francesco Stoppa (Dipartimento di Salute mentale, Pordenone)
La funzione civile delle istituzioni nella rigenerazione dello spazio pubblico
Interventi programmati - Discussione
19 ottobre, pomeriggio – II. Valori e Conflitti
15,30 -  Introduce e presiede Roberto Mancini (Università di Macerata)
Francesco Botturi (Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano)
Comunanza e conflitti
Petar Bojanic (Institute of Philosophy and Social Theory di Belgrado)
Violenza e convivenza. Atti sociali, non-sociali, azioni negative e a-sociali
Interventi programmati - Discussione
20 ottobre, mattina – III. Attraverso e oltre i conflitti
9,15 - Introduce e presiede Guido Alliney (Università di Macerata)
Geneviève Fraisse (CNRS, Parigi)
Généalogie de l'émancipation
Luciano Eusebi (Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano)
La colpa e la pena: ripensare la giustizia
Interventi programmati- Discussione

* Atti dei precedenti Colloqui di etica:
I. L. Alici (ed.), La felicità e il dolore. Verso un’etica della cura, Aracne, Roma 2010
II. L. Alici (ed.), Il dolore e la speranza. Cura della responsabilità, responsabilità della cura, Aracne, Roma 2011.
III. L. Alici (ed.), Prossimità difficile. La cura tra compassione e competenza, Aracne, Roma 2012
IV. L. Alici (ed.), La “cellula del buon consiglio”. Condividere la deliberazione pratica, a cura di L. Alici, Aracne, Roma 2015 
V. C. Danani (ed.), L’umano tra cura e misura. Promuovere, condividere, restituire,  Aracne, Roma 2015
VI. C. Danani (ed.), I luoghi e gli altri: la cura dell'abitare, Aracne, Roma 2016

INFO
Dipartimento di Studi umanistici / Sezione di Filosofia e Scienze umane: Via Garibaldi, 20 – 62100 Macerata http://filosofia.unimc.it/it/   - T+39 0733 258 4323 - F +39 0733 258 4333
Prof. Luigi Alici, luigi.alici@unimc.it - prof.ssa Carla Danani, carla.danani@unimc.it - prof.ssa Donatella Pagliacci, donatella.pagliacci@unimc.it

venerdì 7 ottobre 2016

Noi dopo di noi

«Il tempo – ha scritto Heschel, rammentandoci un tratto fondamentale dell’ebraismo - è il dono che Dio fa allo spazio»; una sorta di enigmatico “valore aggiunto”, che ci libera dalla prigione di una topografia chiusa, innalzando la nostra capacità di tessere relazioni a un livello immateriale, che in qualche modo ci avvicina al divino. È interessante rilevare come anche papa Francesco, nel quadro di un approfondimento intorno al bene comune e alla pace sociale, introduca quattro principi euristici, che aiutano ad articolare correttamente le «tensioni bipolari proprie di ogni realtà sociale»; il primo di questi proclama la superiorità del tempo sullo spazio: «Questo principio – egli afferma – permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati. Aiuta a sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone. È un invito ad assumere la tensione tra pienezza e limite, assegnando priorità al tempo. Uno dei peccati che a volte si riscontrano nell’attività socio-politica consiste nel privilegiare gli spazi di potere al posto dei tempi dei processi». Invece, «dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce».

Lo spazio c’inchioda in modo sincronico all’immediatezza materialistica del “qui ed ora”, mentre il tempo ci apre alla sfida dell’articolazione diacronica. Rinunciando a un orizzonte storico, la vita rischia di consumarsi nel segno del ”life is now” (versione ancora più biecamente consumistica del latino “carpe diem”); una tentazione che la Rete oggi alimenta in modo subdolo e pervasivo quando celebra il mito della simultaneità, che spesso tende ad assumere il carattere di una vera e propria idolatria dell’immediato. Ne risulta un paradosso che Jean-Luc Nancy riassume con le parole del poeta francese René Char, prediletto da Hannah Arendt: «La nostra eredità non è preceduta da alcun testamento».

Il tempo invece invita a scavalcare i muri, a far dialogare le grandi distanze, non solo quelle attraverso le quali si dispiega la nostra vita, ma quelle che aprono l’orizzonte intergenerazionale in avanti e all’indietro, vincolandoci a una trama di debiti invisibili, che si rovesciano nel compito esaltante di una restituzione per eccesso. Restituzione in avanti, ovviamente, non all’indietro. «Ogni restituzione è infatti – ha scritto Stoppa – una re-istituzione, istituisce di nuovo nel senso che consente di rileggere gli eventi e i legami in modo inedito rilanciandone i presupposti».

Aristotele aveva intravisto la questione, soprattutto quando ammonisce che una giustizia autentica non può essere quella che fa parti uguali fra disuguali; anche se qui siamo oltre una logica di pura giustizia distributiva, tuttavia questo può già essere un primo passo per testare lo sguardo lungo del “noi dopo di noi”: stiamo forse facendo parti uguali fra questa generazione e quella futura? Se le generazioni che ci hanno preceduto (il “noi” come origine) avessero ragionato così, probabilmente il paesaggio storico-artistico, l’istruzione, il sistema sanitario, l’assetto sociale, le forme di tutela del lavoro, il welfare, il quadro democratico, l’intera tessitura del civile che abbiamo ereditato non sarebbero stati gli stessi. Può il “noi” di oggi dire la stessa cosa, anziché lasciare al “noi” di domani un’eredità senza testamento?

Nella logica stessa della restituzione è implicito l’orizzonte della “relazioni lunghe”, che chiamano in causa il dialogo fra generazioni: non si tratta di tarare la bilancia delle opportunità nella nicchia protetta degli egoismi corporativi, che usa il contratto per formalizzare la convenienza reciproca; si tratta piuttosto di creare le condizioni stesse per una vita sempre più umana sulla terra. Solo riconoscendo il chiaroscuro in cui affondano le nostre radici, possiamo liberare nuove energie, tornare a “mettere sotto pressione” la storia, reinventare spazi inediti per un “noi” meno fragile e ferito.

Il mondo globale è quello che abbraccia anche la storia, non solo lo spazio; che tesse la rete della responsabilità, sostituendo la lungimiranza al cinismo, la gratitudine al risentimento, la progettualità al consumo. La restituzione, se autentica, trasforma la distanza in prossimità e diventa dunque il vero nome dell’accoglienza. … Come scrive Gabrielli, nella Prefazione a questo volume, «è proprio questo “dopo”, infatti, che ci obbliga “ora” a metterci alla prova»  
(tratto da: Noi prima di noi: un'introduzione provocatoria, pp. 27-29).

IL LIBRO
L. Alici, G, Gabrielli (a cura di), Noi dopo di noi. Accogliere, rigenerare, restituire: nella società, nell'educazione, nel lavoro, Collana "Lavoroperlapersona", Franco Angeli, Milano 2016, pp. 120, € 19.

venerdì 9 settembre 2016

Tornano i muri

Quando, dopo settimane di pressioni e disordini, il governo della Germania Est annuncia il 9 novembre 1989 la libera circolazione verso la Germania occidentale, il muro che per 28 anni aveva diviso in due la città di Berlino diventa di colpo un innocuo oggetto di souvenir. Con la caduta del muro di Berlino la strada per la riunificazione tedesca era aperta in modo ìirreversibile e sarebbe stata formalmente sancita il 3 ottobre 1990. Allora fummo in molti a leggere in quell'evento - comunque di incalcolabile portata storica - il simbolo di una svolta epocale e irreversibile, che avrebbe portato con la sé la fine della guerra fredda e il cosiddetto tramonto delle ideologie. Promulgando l'enciclica Centesimus annus nel 1991, nel centenario della Rerum novarum, Giovanni Paolo II, che non era stato mai tenero con il comunismo, mise in guardia profeticamente contro il dilagare di un capitalismo selvaggio che avrebbe potuto generare nuovi e ancor più gravi problemi.
Nel frattempo, ci troviamo di fronte a singolari paradossi: è sostanzialmente morto l'unico nemico, esterno e compatto, del capitalismo e ne sono spuntati come funghi molti altri, riconoscibili e nascosti, esterni e interni. La promessa di un mondo globale si sta capovolgendo nella proliferazione di tante piccole tribù; l'illusione di vivere in unico, megavillaggio planetario si scontra con l'incapacità di capirsi e condividere i fondamentali del vivere insieme, in cui il nascere e il morire, il matrimonio e la procreazione, l'ospitalità e la solidarietà sembrano variabili impazzite di una nuova Babele.  
Gli ideali altissimi che l'Occidente continua a celebrare (come la libertà, l'uguaglianza, la democrazia...) suonano sempre più spesso come banali dichiarazioni retoriche. Ormai, in un mondo diventato di colpo troppo grande e vuoto, viviamo aggrappati al perimetro del nostro egoismo, che scambia i diritti di tutti con un elenco di preferenze insindacabili. Qualcosa di sinistramente feudale sta cambiando il nostro panorama civile: isole di sicurezza blindata, come antichi castelli medievali, debbono tenere a distanza gli altri, i barbari, i servi della gleba, i senza diritti... Quando i signori s'incontrano, in qualche maniero superprotetto, sembra che la loro unica preoccupazione sia la sicurezza del proprio spazio vitale.
Tornano i muri, chi l'avrebbe detto? Non tornano nemmeno alla chetichella, quasi come qualcosa di inevitabile, di cui dobbiamo scusarci; tornano in forme sfrontate, esibizionistiche. Difendersi in modo aggressivo è solo un altro modo di aggredire.
Non parlo solo dei muri innalzati fisicamente per difendere alcuni confini territoriali: il muro eretto dagli Stati Uniti ai confini con il Messico; quello costruito nel 2002 da Israele in Cisgiordania ed eufemisticamente chiamato "barriera di separazione israeliana"; quelli che stanno spuntando come funghi in quel che resta dell'Europa che è stata patria del cristianesimo, prima ancora che dell'illuminismo, e che non è riuscita a indicare le proprie radici nel preambolo della Costituzione. L'elenco sarebbe lungo: in Irlanda (Belfast cattolica-protestante), a Cipro (zona greca-zona turca), tra Macedonia e Grecia, tra Austria e Italia, tra Ungheria e Serbia, e ora il grande muro di Calais, finanziato dal Regno Unito in territorio francese. In quest'ultimo caso, paradossalmente due governi si accordano (cioè superano un muro) per costruirne un altro.
Ma non bisogna fermarsi ai muri fatti di pietre, cemento e filo spinato: ci sono altri muri simbolici, attorno ai quali si ripete la logica antica (cantata nell'Iliade) dell'assedio, della difesa, delle sortite. Gli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001 non sono stati forse un tentativo (riuscito) di violare i muri dei radar, dell'elettronica, della privacy? Ci sono poi i muri eretti dai poteri invisibili della finanza, delle multinazionali, dei sistemi di controspionaggio, degli apparati militari...
Ma i muri più indecenti e più pericolosi sono sempre quelli interni: i muri dei pregiudizi, dei vari razzismi (impliciti ed espliciti), dei fondamentalismi (non solo religiosi), del cinismo e dell'indifferenza. Muri eretti persino dalle forse politiche che proclamano la propria superiorità morale, che non vogliono contaminarsi con gli "altri", che nascondono i propri limiti gridando sempre al complotto esterno. Tutto si decide sempre su quella linea protettiva e rassicurante che divide tra "dentro e "fuori".
Mai che ci venga in mente che i problemi che abbiamo "dentro", con noi stessi e con i nostri simili, sono i più subdoli e pericolosi, e spesso la radice profonda di molti conflitti esterni.
Questi muri fanno esplodere tutte le nostre contraddizioni. Vogliamo il benessere e la stabilità, ma non assicuriamo nemmeno quel minimo ricambio intergenerazionale che possa garantirci la pensione. Non vogliamo fare i contadini, i muratori, gli idraulici, gli infermieri, ma non vogliamo nemmeno che questi mestieri siano in mano a stranieri in mezzo a noi. Vogliamo essere tolleranti senza sentirci pronti a collaborare, essere aperti ma solo con i "nostri", comunicare senza ascoltare, celebrare i nostri valori senza credere ormai più a nulla. Persino la politica che - per fortuna - accoglie gli immigrati non si accorge che tenere migliaia di persone sul territorio nazionale in uno stato di ozio forzato, dalla mattina alla sera, è un altro modo di erigere un muro: vi diamo da dormire e da mangiare, ma non vogliamo sapere e vedere di più.
Ci consideriamo competenti e sapientoni, ma ci manca quel minimo senso storico, che rende la lungimiranza verso il futuro direttamente proporzionale alla lungimiranza verso il passato. A distanza di anni, i costruttori di muri - salvo casi rarissimi e giustificati - si sono sempre dovuti vergognare di quel che hanno fatto. Il muro di Berlino non è l'unico esempio.
Soprattutto non riusciamo a uscire dalla comoda logica dell'emergenza, che ci esonera dal fare progetti seri, e non ci accorgiamo che ci aspettano in realtà decenni di "colonialismo al contrario", in cui dovremo scontare amaramente le nostre false politiche di civilizzazione, fatte in realtà - molto spesso, forse non sempre - di depredazioni sistematiche, di violenze oscene e di miliardari commerci di armi.

sabato 3 settembre 2016

I pericoli della natura e i mali degli uomini


Il primo novembre del 1755 un evento sismico eccezionale, oggi comunemente ricordato come "terremoto di Lisbona", interessò una superficie vastissima, dal nord Africa a gran parte dell'Europa, provocando migliaia di morti. Ne scaturì, tra l'altro, un vivacissimo dibattito intorno al male, interpretato, di volta in volta, come prova della collera divina o come smentita di ogni facile ottimismo, con il quale si cercava di "difendere" Dio dall'accusa di essere responsabile del male nel mondo. Come ha scritto Adorno, "il terremoto di Lisbona guarì Voltaire dalla Teodicea di Leibinz", contribuendo in modo decisivo alla formazione di un vero e proprio "illuminismo radicale".
L'enigma del male resta, ancora oggi, un peso durissimo da portare, per la vita umana e per il pensiero. Tuttavia, se la storia ci ha insegnato qualcosa, non possiamo confondere il piano naturale degli eventi con quello morale delle azioni. Il terremoto è un fatto, l'omicidio è un atto. Nel primo caso non ci sono intenzioni né colpe né imputazioni di responsabilità. Non possiamo quindi considerare gli eventi naturali come la longa manus della volontà divina, dovendo poi fare salti mortali per cercare di giustificare il suo operato; anche in tempi recenti, qualche uomo di Chiesa non si è vergognato di classificare l'AIDS come una punizione inviata da Dio ai peccatori! Non possiamo però, per lo stesso motivo, nemmeno usare gli eventi naturali per negare l'esistenza di Dio. Gli eventi naturali in sé ci parlano solo di natura e basta.
Per quanto riguarda invece l'agire morale, la natura umana deve assumersi il peso delle proprie responsabilità. Guerre, ingiustizie e violenze di ogni genere, come pure la corruzione che impedisce un adeguamento antisismico delle abitazioni, o più semplicemente l'incoscienza nella scelta di sconsiderate soluzioni abitative (per esempio, popolando di case le pendici del Vesuvio…) non ci dicono nulla della natura di Dio, ma solo della natura dell'uomo.
Se  prendiamo in mano il groviglio delle disgrazie, delle sofferenze, delle ingiustizie, delle brutalità di ogni tipo e cerchiamo di dipanarlo, alla fine troveremo un filo doppio con due soli capi: uno conduce alla precarietà naturale, l'altro alla fragilità morale. Qui Dio non lo incontriamo come causa, ma solo come misericordia. Per incontrare Dio come origine, dobbiamo coltivare e svolgere all'infinito il gomitolo del bene.
Il terremoto è un esempio drammatico dell'aggrovigliarsi di precarietà naturale e di fragilità morale nella regione della finitezza. Nell'ordine naturale, non possiamo negare che l'esistenza (e la bellezza!) della natura precede e oltrepassa i pericoli che ne possono derivare. Un ghiacciaio è un luogo di splendore immacolato, ma può essere anche la tomba degli alpinisti più esperti. Il segmento degli Appennini centrali, tra il Gran Sasso e i monti Sibillini, è uno scrigno di bellezze incomparabili: discrete, forse non appariscenti, ma proprio per questo  straordinarie. Se non ci fossero gli Appennini, non ci sarebbe la faglia che ha provocato il terremoto. Se non ci fosse la neve, non ci sarebbero le valanghe. Troppo spesso dimentichiamo questa mescolanza naturale di bellezza e di pericolo, e preferiamo l'incoscienza alla prudenza.
Nell'ordine della vita morale il discorso si fa invece più complesso, ma anche in questo caso è impossibile (e molto pericoloso) dividere bene e male secondo raggruppamenti umani, identificati dalla razza, dalla cultura o dalle condizioni di vita. Ecco un compito arduo al quale non possiamo sottrarci: mantenere la differenza tra bene e male, senza trasformarla automaticamente in una differenza tra buoni e cattivi!
Quando la natura s'impone in tutta la sua pericolosa complessità, come ho ricordato nel post precedente, la prima reazione degli umani è quella di ricomporsi in una fraternità originaria, che precede distanze, incomprensioni e divisioni; ma spesso queste ultime tornano a prendere il sopravvento.
In questo terremoto lo stiamo toccando con mano. 
La risposta della prima ora è quella dei soccorritori. Una risposta generosa e disinteressata, immediata e competente, a volte persino commovente ed eroica. Dinanzi ad un traumatico evento naturale, scatta come un improvviso istinto morale, che non fa calcoli, non ha retropensieri, non ha bisogno di una legge dello Stato, non si chiede se sotto le macerie ci sia un credente o un ateo, un comunista o un liberale, un sano o un malato. Per questo siamo così duri con gli sciacalli e i profittatori che antepongono la logica della convenienza a quella della pietà. E non solo nella forma artigianale e scoperta del furto, ma anche in quella più subdola e diabolica dell'opportunismo e della corruzione. La risposta immediata dei soccorritori testimonia che le persone umane sono esseri naturalmente morali
A distanza di qualche giorno dal sisma, torna a riemergere, purtroppo, un'altra risposta, quella degli spettatori. Lo spettatore mantiene una distanza di sicurezza e deve trovare un alibi per poterla giustificare, nascondendo abilmente in questo modo la propria inerzia o vigliaccheria. La scena del sisma viene rappresentata come un teatro dove si recita a soggetto: ci sono i politici ladri e incompetenti, gli imprenditori furbi e pronti ad approfittarsi, i tecnici compiacenti che vendono a peso d'oro consulenze fasulle, persino i proprietari che hanno speso male (o non hanno speso affatto) i loro soldi. A volte, purtroppo, questi giudizi sono veritieri, ma lo spettatore - ecco il punto - non se ne dispiace affatto: il cinismo non gli impedisce di cavalcare uno sciacallaggio mediatico, magari con qualche vignetta oltraggiosa, per andare in prima pagina, o con giudizi al vetriolo sull'operato delle autorità, per volgere a proprio favore la disgrazia ed egemonizzare la rabbia. Lo spettatore disinteressato non ha troppi scrupoli, convinto com'è della propria superiorità morale. 
In questo arco di risposte possibili, soprattutto oggi, avvertiamo l'urgenza soprattutto di un altro tipo di risposta, appartenente alla famiglia del comportamenti virtuosi: la risposta dei seminatori, che guardano lontano, non si curano degli applausi a scena aperta, tessono con i fatti l'elogio della concordia, promuovono il bene comune, elaborano progetti. Progetti urbanistici, sociali, educativi, politici a prova di terremoto; capaci di resistere alle faglie delle divisioni, alle scosse telluriche delle polemiche strumentali, agli sciami sismici degli opportunismi di bassa cucina, alla peste contagiosa della corruzione. La natura, mettendo in pericolo le nostre vite, c'insegna che - anche fisicamente - l'unione è superiore alla divisione, che gli edifici solidi possono essere diversissimi nella foggia esterna, ma devono essere sostanzialmente simili nelle fondamenta.
Ho parlato di atteggiamenti possibili, più che di gruppi definiti: c'è sempre in ognuno di noi uno spettatore in agguato da cui dobbiamo guardarci, un soccorritore troppo timido che non dobbiamo frenare, un seminatore esitante che merita l'incoraggiamento più forte. La generosità verso il presente ha bisogno, oggi più che mai, di una generosità verso il futuro, non meno eroica e incondizionata della prima.