sabato 25 febbraio 2017

Uomo forte o apparati anonimi? Il falso dilemma


La riflessione sulla "misura" della partecipazione politica viene da lontano. Nel mondo antico il problema era ben presente, forse più che in epoca moderna, quando la lunga battaglia contro l'assolutismo ha portato a pensare che i limiti della democrazia potessero essere soltanto per difetto. Per questo, all'ombra di una battaglia - certamente sacrosanta - per difendere la forma politica democratica sono fiorite progressivamente le rendite di posizione, al punto che l'appellativo "democratico" alla fine è quasi diventato una specie di passe-partout: in nome degli spazi di democrazia si poteva chiedere tutto e il contrario di tutto. È nato così un lungo processo, di cui in una certa misura siamo tutti un po' responsabili, di vero e proprio stravolgimento della partecipazione. La democrazia tradita per eccesso è quasi peggio della democrazia ostacolata per difetto: in quest'ultimo caso il nemico è dichiarato, combatte spesso la sua battaglia alla luce del sole; non si rassegna a delegittimare, contrastare, boicottare, ridicolizzare ogni tentativo di restituire ai cittadini quei diritti di cui sono in realtà i legittimi titolari; nel primo caso, invece, il tradimento proviene dall'interno, è una forma parassitaria, inerziale, la quale s'illude che la forma democratica veicoli automaticamente anche buoni contenuti politici. 
Lo si può fare in buona fede, certamente, come quando ci s'illude che a un allargamento dei diritti di cittadinanza corrisponda sempre e comunque un aumento di responsabilità, di controllo pubblico e persino di efficacia decisionale; lo si può fare, purtroppo, però anche per opportunismo, quando si trasformano i luoghi della rappresentanza in comodi quartieri residenziali, forniti dei migliori servizi, dove alla fine si vive meglio - molto meglio! - che altrove.
Quando arriva una crisi severa come la nostra, gli effetti di questo doppio peccato contro la democrazia - per difetto e per eccesso - vengono rapidamente a galla in modo drammatico. Viene a galla l'anima strutturalmente antidemocratica dei poteri invisibili, che hanno trasformato la dinamica economico-finanziaria in una gigantesca bolla speculativa; ma viene a galla anche l'impotenza di una democrazia paralizzata, burocratizzata, autoreferenziale, schiava di inutili ritualità  teatrali, in molti casi intimamente corrotta
Senza cadere nella tentazione dell'equidistanza, non possiamo trascurare questo secondo pericolo: in sé meno grave del primo, ma più insidioso perché meno evidente e più facilmente mimetizzabile. Uno dei sintomi di questa ipertrofia dei luoghi di rappresentanza è il loro crescere in modo direttamente proporzionale alla distanza dai cittadini: più aumentano gli apparati, più diminuiscono i presidi istituzionali sul territorio e più i cittadini si sentono soli e non rappresentati. 
Il virus del gigantismo commerciale che ha desertificato borghi e centri storici, svuotandoli di botteghe e di quella rete micro-artigianale di cui si nutriva una buona socialità, ha contagiato anche la politica: smobilitano le provincie (andando contro la tradizione storica italiana, fatta di identità municipali multiple), mentre le Regioni ormai stanno replicando i vizi peggiori dei Ministeri; chiudono le Casse di Risparmio e gli istituti di credito più radicati nel territorio e si gonfiano mostruosamente le Banche commerciali; la produzione parla un linguaggio sempre più impersonale e sradicato, che sembra aver smarrito la grammatica elementare del lavoro per la persona. 
In un certo senso, è il trionfo di un mondo artificiale che sta soppiantando quello vero: spazi finti (come le strade e le piazze dei supermercati) e tempi surreali (senza differenze tra il feriale e il festivo), disegnati a tavolino dalla logica assatanata di profitto.
Questa deriva finisce per inchiodare la politica dinanzi a un falso dilemma: o la reazione populista dell'uomo forte oppure l'inesauribile lievitazione burocratica degli apparati anonimi.
Trump e l'Unione Europea potrebbero esemplificare - sia pure con i limiti inevitabili di ogni esempio - questo bivio. Trump, da un lato, vorrebbe limitare la logica della libera circolazione delle merci e delle persone, anche se le sue fortune finanziarie sembrano parlare proprio quella lingua; vorrebbe, soprattutto, scardinare il lessico ipocrita e politicamente sterile del politically correct, assumendo la veste del tribuno della plebe che promette di liberare le istintualità più represse nella pancia del paese, con le quali vanta un feeling che non ha bisogno di troppe legittimazioni parlamentari e di fastidiosi controlli della libera stampa. 
L'Unione Europea, d'altro canto, continua a parlare il linguaggio nobile dell'uguaglianza e dei diritti umani, dell'accoglienza e dell'integrazione, della giustizia sociale e del bene comune, occultando abilmente le fonti valoriali (inclusa la tradizione ebraico-cristiana…) che hanno contribuito a generare quel modello di civiltà e senza spingersi mai troppo avanti nel progetto politico che dovrebbe tradurre le idealità più alte in scelte concrete e partecipate. Il risultato è un susseguirsi di dichiarazioni di principio che, alla prova dei fatti, decadono a patetici orpelli retorici, lasciando che anche da noi i muri - sbandierati da Trump - crescano alla chetichella, mentre i contabili fanno con diligenza il loro lavoro (ovviamente senza vedere la differenza fra mezzi e fini), e la macchina burocratica cerca di coprire la distanza tra il dire e il fare, macinando infaticabilmente regolamenti, direttive, decisioni, raccomandazioni, pareri
Rilevando l'esito drammatico dell'epoca moderna, Hannah Arendt ha affermato: «Ciò che è andato storto è la politica». Forse siamo ancora qui: la falsa alternativa nasconde una grande assente, la Politica.
PS
Se il Partito Democratico (insieme a quanti se ne sono allontanati) volesse accorgersene e riconciliarsi con la Politica, in un momento certamente molto difficile per la storia di tutti, risparmierebbe al Paese - e forse anche all'incerto futuro dell'Unione Europea -, l'ennesima riproposizione di questo falso dilemma. Francamente lo conosciamo già bene, e di un'altra, piccola replica faremmo volentieri a meno.

sabato 11 febbraio 2017

Padre Benedetto e la Chiesa "in uscita"


L'Abbazia dei santi Ruffino e Vitale è una perla preziosa e nascosta (come tutte le vere perle) che spunta quasi all'improvviso, sulla strada che da Fermo sale ad Amandola, verso il Parco nazionale dei Monti Sibillini. La piccola abbazia benedettina, di stile romanico, risale alla seconda meta del secolo XI, edificata sui resti di una cripta del VI secolo (!), che si aggiunge a un ipogeo minuscolo ed enigmatico, variamente interpretato come un luogo di culto pagano, come una sala termale d'epoca romana, oppure come area sepolcrale di un'importante famiglia romana in cui sarebbero state custodite le spoglie di due bambini. Qualcuno ipotizza che la madre potesse essere addirittura la patrizia romana Melania Seniore (o l'Anziana, per distinguerla da Melania la Giovane), vedova di un prefetto romano, che intorno al 365 perde il marito e i due figli mentre è in viaggio verso la Terrasanta, dove fonderà un monastero sul Monte degli ulivi, a Gerusalemme, e incontrerà, visitando il deserto egiziano, il monaco Rufino, che conosciamo come Rufino di Aquileia.
Il complesso di San Ruffino ha conosciuto un importante restauro e risanamento nel 2002, in seguito al terremoto del 1997. Dopo alcuni tentativi di nuovi insediamenti monastici, dal 2009 l'Abbazia era tornata a rifiorire grazie alla presenza di padre Benedetto Tosolini. Sacerdote friulano, missionario in Costa d'Avorio, quindi monaco cistercense presso l'Abbazia di Chiaravalle di Fiastra, padre Benedetto stava trovando a San Ruffino una nuova "cifra" di vita spirituale, a metà strada fra la sua prima anima missionaria e la sua nuova spiritualità monastica. L'Abbazia aveva riaperto le porte a persone in ricerca e a gruppi di giovani, mentre padre Benedetto si aggirava instancabile fra loro e le piccole parrocchie dei borghi vicini, senza mai dimenticare il suo asinello e qualche animale di cortile. Per alcuni spirito intelligente e libero, per altri uomo troppo esigente e stravagante. In ogni caso, attorno alla sua figura si era andato costituendo un circuito di persone alla ricerca di un rapporto nuovo e meno ingessato con la Parola: una Parola da vivere ed esplorare con rigore e passione, per ritrovare veramente noi stessi. Perché noi non ci conosciamo mai fino in fondo, amava ripetere, illuminando spesso il suo sguardo profondo con un sorriso estasiato; abbiamo bisogno di essere rivelati a noi stessi, per evitare di continuare a rovinarci con le nostre stesse mani!
Lo hanno trovato ieri, in tarda mattinata, riverso accanto al fienile, ormai morto. Aveva sessantanove anni; un soccorso competente e immediato, chissà, forse lo avrebbe potuto salvare. Ci ha lasciato in punta di piedi, proprio come in punta di piedi era arrivato.
Parto insieme a mia moglie verso San Rufino, per l'ultimo saluto, in una mattinata umida e piovosa. Man mano che si sale, compaiono mucchietti sporchi e anneriti di neve, mentre ai lati della strada si materalizza lo spettacolo deprimente e sgraziato di alberi e arbusti troncati in malo modo, sfregiati, quasi fracassati e lasciati così, nel loro disordine scomposto, dalla neve o dalle ruspe, o da entrambe le cose.
Le scosse di questi ultimi tempi hanno ferito a morte ancora una volta l'Abbazia: la chiesa è chiusa, le celebrazioni sono state spostate in un'ala più sicura. Troviamo la salma in una stanza adattata alla bell'e meglio, vegliata da qualcuno del luogo e da altre persone venute da lontano e abbandonate a un pianto senza pudore, che vale ancora di più quando non nasce da una parentela diretta. 
Ho capito meglio, stamattina, che cosa voglia dire papa Francesco quando parla di "Chiesa in uscita" e di "periferie". Forse nessuna parrocchia pigramente aggrappata alle proprie abitudini e ai propri "giri", avrebbe mai raggiunto quelle persone, avrebbe mai toccato il loro cuore, le avrebbe mai fatte piangere per la perdita di un maestro spirituale. Perché si può essere "in uscita" anche restando nello stesso posto e si può essere fermi anche girando come trottole dal mattino alla sera.
Il terremoto, da questo punto di vista, è un test devastante e implacabile, che aggrava vieppiù le distanze: tra i ricchi e i poveri, tra i fortunati e gli sfigati, tra i creativi e gli opportunisti, tra le seconde e le terze case (rimaste com'erano) e l'unica casupola che non esiste più (finora coperta solo di promesse…).
Il test del terremoto vale ugualmente - anzi dieci, cento volte di più… - per le comunità cristiane, aumentando il divario tra gli svegli e gli addormentati. Per le comunità più stanche e "abituate" (come direbbe Péguy) avere una chiesa inagibile può trasformarsi persino in un alibi perfetto per mettere il "pilota automatico", rinchiudersi in una nicchia rassicurante, lasciando che le cose seguano il loro corso. In fondo, che differenza c'è tra una chiesa semivuota e una chiesa chiusa? Dentro questo alibi la routine giustifica il rintanarsi in ambienti raffazzonati e privi di decoro, in attesa di tempi migliori, che forse non meritiamo… 
Al contrario, le comunità più dinamiche e generative capiscono meglio che cosa voglia dire "uscir fuori", incontrare le persone nei luoghi pulsanti della loro vita, condividere il peso di una vera e propria depressione sociale che sta necrotizzando un pezzo sempre più vasto dell'Italia centrale, e riuscire a mostrare che il terreno più fertile dove può fiorire la misericordia è proprio la miseria, non certo i luoghi protetti di ritualità frigide e incapaci di annuncio.
Molto probabilmente padre Benedetto aveva colto questa seconda via, abbracciandola fino in fondo: una via dura, che non ha nulla di romantico, fatta di disagi veri, di freddo, di povertà, di accoglienze difficili, di incontri imprevedibili e che non sei mai tu a scegliere.
Appena ripartiti da san Ruffino, si riaccende ancora di più il contrasto fra il volto pacificato e dormiente di padre Benedetto e le sterpaglie aggrovigliate e maciullate lungo la strada. L'ultima violenza del terremoto potrebbe essere proprio questa: aggravare i contrasti, aumentare le distanze, innalzare i muri… E alla fine, da qualche parte, qualcuno non vedrà più il cielo, ma solo le proprie macerie.

domenica 5 febbraio 2017

Péguy e i cristiani dell'abitudine


Charles Péguy (1873-1914) è una figura di primo piano che ha animato attivamente il panorama spirituale e culturale della Parigi a cavallo tra Ottocento e Novecento. Poeta, scrittore e saggista, attraversa un'epoca inquieta, passando dalla fede socialista alla conversione al cristianesimo (1907). Allievo di Bergson, vicino a Maritain, la sua testimonianza brillante e appassionata ha ancora da dire molto alla nostra epoca, soprattutto per la sofferta difesa della fede cristiana, che lo colloca in una scomoda posizione di frontiera, duramente criticato dai socialisti francesi per il suo "tradimento" e dagli ambienti del cattolicesimo più conservatore per il suo antiautoritarismo. 
Nonostante il figlio, per primo, abbia accreditato un'interpretazione tradizionalista del suo pensiero, Péguy scrive pagine intense su un cristianesimo della grazia semplice e coraggioso; pagine addolorate sul declino della fede («abbiamo il dolore di vedere mondi interi, umanità intere vivere e prosperare … senza Gesù») e insieme provocatorie contro un clero aggrappato alle proprie sicurezze abitudinarie e incapace di stupore dinanzi al mistero della grazia: «Perdono continuamente di vista quella precarietà che è per il cristiano la condizione più profonda dell'uomo; perdono di vista quella profonda miseria; e non tengono presente che bisogna sempre ricominciare».
Dopo la conversione, la moglie Charlotte, atea, rifiuta il matrimonio in chiesa e il battesimo dei figli; a quel tempo questo basta a bollare Péguy come "pubblico concubino", di fatto tenendolo lontano dai sacramenti; una condizione che egli accetta con dignità e sofferenza, dinanzi a un atteggiamento che oggi papa Francesco avrebbe chiamato di "doganieri della fede": «Poiché i parroci curano la somministrazione dei sacramenti, essi lasciano credere che non vi sia nient'altro oltre i sacramenti. Dimenticano però di dire che c'è anche la preghiera. Essi detengono i primi, ma noi disponiamo sempre della seconda». Fino ad esprimere un giudizio severissimo su uno stile frigido e apatico: «Poiché non amano nessuno, credono di amare Dio». 
La sofferenza aumenta quando le opere del suo maestro, Henry Bergson, sono messe all'Indice dalla Chiesa cattolica; il piccolo libro di Péguy, da cui traggo questi testi, è un'autodifesa appassionata del maestro e amico, ebreo, che fra l'altro negli ultimi anni della sua vita scriverà: «Le mie riflessioni mi hanno portato sempre più vicino al cattolicesimo in cui vedo il coronamento completo del giudaismo. Mi sarei convertito se non avessi visto che da anni si preparava la formidabile ondata di antisemitismo che sta per scatenarsi sul mondo. Ho voluto restare tra quelli che domani saranno perseguitati». Bergson muore, praticamente di freddo, nel 1941, in una Parigi invasa dai tedeschi, dove non si trovava più carbone, mentre Péguy era morto - a 41 anni! -, nel 1914, in guerra, durante la battaglia della Marna.
In un blog precedente ho ricordato alcune prese di posizione - ostinate e anacronistiche - della Chiesa su questioni che non toccavano i dogmi della fede, poi lasciate cadere, non senza aver provocato sofferenze inimmaginabili nei credenti.
È interessante per noi, oggi, tornare a meditare le parole di Péguy su un cristianianesimo chiuso e abbarbicato alla proprie false sicurezze. Alla radice c'è la corazza dell'abitudine, che è l'atteggiamento di resistenza più ostinata al miracolo della grazia: «C'è qualcosa di peggio che avere un pensiero cattivo. È avere un pensiero bell'e fatto. C'è qualcosa di peggio che avere un'anima cattiva e anche di farsi un'anima cattiva. È avere un'anima bell'e fatta. C'è qualcosa di peggio che avere un'anima anche perversa. È avere un'anima abituata. Si sono visti i giochi incredibili della grazia e le grazie incredibili della grazia penetrare un'anima cattiva e anche 'un'anima perversa, e si è visto salvare quel che sembrava perso. Ma non si è mai visto bagnare quel che era verniciato, non si è visto attraversare quel che era impermeabile, non si è visto intridere quello che era abituato… sulla corazza inorganica dell'abitudine tutto scivola, ogni spada ha la punta smussata».

Ogni riferimento a fatti o persone relativi alla campagna (perché di questo si tratta) orchestrata contro Papa Francesco NON è puramente casuale.


C. Péguy, Bergson e la filosofia bergsoniana, a cura d C. Lardo, Studium, Roma 2012

domenica 29 gennaio 2017

Fuga dalla complessità


«Un tempo l’individuo vedeva nella ragione solo uno strumento dell’io; ora si trova davanti al rovesciamento di questa deificazione dell’io. La macchina ha gettato a terra il conducente, e corre cieca nello spazio». Nessuno avrebbe immaginato che queste parole di Max Horkheimer, scritte in Eclisse della ragione, una delle sue opere più note, dopo settant'anni sarebbero state così straordinariamente profetiche. Horkheimer, esponente di punta della Scuola di Francoforte, denunciava lo squilibrio di una ragione cieca, incapace di interrogarsi sui fini, che stava capovolgendo il rapporto tra scienza e tecnica, trasformandosi in un vero "assoluto terrestre". 
Oggi, a distanza di tanti anni, siamo ormai agli esiti estremi di quel processo: l'"eclisse della ragione" è soltanto l'ingrediente fondamentale di una miscela pervasiva fatta di speculazione finanziaria, di globalizzazione selvaggia, di apparati mediatici, di retorica dell'innovazione, che hanno avallato la nascita di poteri invisibili fioriti (si fa per dire) all'ombra della crisi della politica. Il lato seducente - e per molti versi giustificabile - di tale miscela lo conosciamo bene: arricchimento facile, mobilità sconfinata, risultati immediati, informazione a portata di mano… Oltre questi scopi, il Sistema lascia intravedere astutamente la Grande Promessa: quella di un'autonomia senza limiti, capace di vincere le barriere dello spazio e del tempo. Il mito virtuale della simultaneità va esattamente in questa direzione: tutto e subito, qui e adesso, con chi voglio io, senza transigere… 
La politica si è accorta tardi di questo micidiale dispositivo del desiderio, prodotto e gestito dal mercato, ma da quando sta cercando di correre ai ripari il risultato è veramente disastroso. Consiste nell'aggiungere alla Grande Promessa una Grande Illusione: possiamo lucrare sui benefici della complessità semplicemente illudendoci di coglierne i frutti e scappare. La crescita del mito dell'uomo forte in politica (Putin, Trump e non solo…) sembrerebbe andare proprio in questa direzione: la potenza mondiale degli Stati Uniti non si esercita più accreditandosi sulla scena internazionale con la retorica dei diritti e della democrazia, ma mostrando che, dopo aver spremuto i paesi più poveri, ora possiamo buttarli via, perché non ne abbiamo più bisogno. Dire che il potere torna al popolo, scegliendo una classe dirigente di magnati e nababbi, ha un senso se si promette che è possibile ripudiare un professionismo della politica ormai asfittico e insignificante, tornando alle “cose che contano”: frontiere sicure, società compatta, crescita economica senza freni. I limiti esterni a noi sono solo bufale: l'equilibrio climatico, gli organismi internazionali a difesa della pace, la povertà, l'immigrazione sarebbero i fantasmi agitati dalla vecchia politica per continuare a legittimare se stessa.
La fuga dalla complessità sembra oggi diventare, nello stesso tempo, la Grande Promessa e la Grande Illusione. In realtà, si tratta di fuga da un mondo che noi stessi abbiamo creato, corteggiato e pompato all'inverosimile. Siamo ormai cresciuti nel culto di una autonomia diventata la nostra gabbia e la nostra vera schiavitù. Oggi tutto è estremo, non solo lo sport. Nel pubblico e nel privato: abbiamo trasformato persino il tempo libero in un consumo sfrenato di emozioni, che pretendiamo assolute ma assolutamente senza rischi (magari nei luoghi più fragili e precari, persino a ridosso di una montagna…); vogliamo consumare con voracità compulsiva la nostra vita sessuale, ma senza farci male quando una relazione su cui non abbiamo investito si sfascia; vogliamo stare insieme solo con chi è simile a noi (e persino gli algoritmi di Google promettono di farci trovare solo i dati che ci piacciono…), ma senza mai sentirci soli; vogliamo che la società funzioni, appaltandola a qualche grande mistificatore, ma senza la fatica della corresponsabilità e della partecipazione.
Insomma, vogliamo cogliere i frutti più succosi della complessità, ma senza i suoi effetti collaterali. Vogliamo e insieme non vogliamo il mondo che noi stessi abbiamo lasciato crescere attorno, e soprattutto dentro di noi. E quando qualcuno ci assicura che può fare facilmente per noi questo lavoro sporco di disinfestazione, ci sentiamo sollevati. 
Tutto sarebbe facile in un mondo in bianco e nero, dove non c'è nemmeno il grigio. Il problema è che questo mondo non esiste: noi abbiamo mescolato i colori, negando alla radice persino ogni divario fra bene e male, e ora vorremmo che qualcuno applicasse a posto nostro una differenza fra buoni e cattivi che non siamo nemmeno più capaci di riconoscere.
Come afferma Horkheimer, «la macchina ha gettato a terra il conducente, e corre cieca nello spazio». Forse, al punto in cui siamo, abbiamo anzitutto bisogno di essere liberati dalla nostra spavalderia, ma solo un altro - totalmente Altro – può rendere grande la nostra paura e trasformarla in coraggio.

venerdì 6 gennaio 2017

Sillabario del tempo

«Quando il vento spazzava gli ultimi acquosi nevischi invernali, succedeva che, non si sa in quale giorno e per quanti, una luce cangiante s'impadronisse del paesaggio. Allora di mattina le case spiombavano, come fossero appena nate, in volumi nitidi e intatti di argille e intonaci rosati; alberi e cespugli inverdivano in grembi di intenso lucore e le ombre si disegnavano sulla terra come sostanze esatte per appoggiare ogni cosa che il giorno lasciasse apparire. Ma l'aria era fredda e la luce poteva a tratti tremare o ritrarsi, per una nuvola di passaggio (oppure semplicemente fuggire). Ma sempre in sassi distinti si scopriva la ghiaia delle strade.
Era quello il tempo instabile di febbraio e conteneva l'odore delle frittelle di carnevale» (p. 57).
Con Guglielmina Rogante, autrice del libro da cui è tratto questo testo, abbiamo attraversato insieme alcune delle esperienze che segnano indelebilmente i primi anni di vita: lei era nata nel mio stesso paese, ma a un tiro di schioppo dal minuscolo centro abitato in cui io sono nato e cresciuto, quanto bastasse per farla sentire in campagna, e per introiettare luci e odori, sogni e paure dell'infanzia, in una confidenza intima con quell'universo agricolo duro e palpitante, che per noi "paesani" era soltanto l'occasione di immersioni episodiche e inconsuete. Dopo la frequenza dello stesso liceo, a Fermo, da pendolari, le nostre strade si sono momentaneamente separate, prima di tornare, oggi, a incrociarsi nuovamente. L'insegnamento a Milano e la collaborazione con un centro di ricerca dell'Università cattolica su "Letteratura e cultura dell'Italia unita" consente a Guglielmina Rogante di frequentare la poesia contemporanea con la leggerezza premurosa con cui si custodiscono i veri tesori. Nello stesso tempo, il matrimonio con Giorgio, originario di Modica, arricchisce il repertorio dei suoi paesaggi dell'anima con uno degli angoli più intensi della Sicilia, in una triangolazione affettiva e simbolica di cui si dà conto nel libro.
Interrompendo momentaneamente i suoi studi critici, Guglielmina Rogante ci dona un piccolo libro, in cui l'alfabeto della memoria si traduce in storie affascinanti di paesaggi e di cibi, restituite con la freschezza di occhi bambini, ma rese adulte da un intreccio originalissimo di gustosa sapienza culinaria e di raffinati rimandi letterari. Come nel testo appena citato, dove il fascino di uno scenario sospeso tra inverno e primavera offre un elegante preludio alle… frittelle di carnevale!
Il libro è ricco di sorprese di questo genere: le croci nei campi di grano, il gioco dei bottoni, uno scavo nei pressi della sua casa colonica che porta alla luce un importante cimitero dei Piceni…
Quando la memoria dei luoghi cede il passo alla memoria dei tempi, allora l'avvicendarsi delle stagioni è descritto e quasi scandito dai piatti semplici e insieme strepitosi della cucina contadina: la peperata, il maiale, il baccalà, la zuppa di uova e pomodori portano in tavola il sillabario dei cibi autunnali e invernali, mentre quello dei cibi primaverili ed estivi parla di "erbe trovate" (come seguendo piste in biblioteca), di carciofi ripieni, di tajolini dell'estate…
Un paesaggio della memoria non disincarnato e astratto, ma evocato con gusto appassionato e insieme con il rammarico lieve - mai troppo amaro - per un mondo scomparso. Come quando si ricorda di donne che «stavano dal mattino alla sera a lavare e sbiancare i rotoli di tela di canapa tessuti in inverno. Curavano le tele bagnandole e ribagnandole, via via che il sole le asciugava sui greti sassosi. Stavano al fiume tutto il giorno. D'estate, mente nei campi maturavano nuovi fusti di canapa e i primi fasci raccolti maceravano nelle vasche, il greto del Tenna albeggiava di teli».
O  quando si racconta di un'apparizione della Madonna: «Pare ancora di sentire mormorare nei crepuscoli di novembre "È passata… È passata" e si vorrebbe che nell'anima del mondo passasse ancora una speranza. Invece nella luce permanente del nostro giorno globale che non abbisogna di madonne azzurrovestite esplodono urla omicide e gemiti stanchi» (p. 85)

G. Rogante, Sillabario del tempo. Storie di paesaggi e di cibi, Il lavoro editoriale, Ancona 2016, pp. 110, € 15.

giovedì 22 dicembre 2016

Natale tra paura e speranza

- Palmira, Raqqa, Aleppo… Parigi, Nizza, Berlino…
- Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto… e poi Visso, Norcia, Castelsantangelo sul Nera…
Luoghi molto diversi: in alcuni casi metropoli famose, in altri città lontane e sconosciute ai più, in altri ancora piccoli borghi pacifici all'ombra degli Appennini… Che cosa hanno in comune? Oggi sono tutti luoghi della paura, anzi del terrore. La società della sicurezza garantita, in cui tutto dev'essere saldamente sotto controllo, è invece un luogo abitato da un'emozione ancestrale, solitamente associata a uno stadio primordiale dell'umano, dominato dall'insecuritas, dalla mancanza di stabilità, di protezione, di sicurezza, di punti di riferimento certi e affidabili: hanno paura i primitivi, hanno paura i bambini… 
Il grado estremo della paura è il terrore, che esplode in rapporto a una causa mostruosa, sterminatrice, irreparabile. Il terrore è una paura orrenda, terrificante, che diventa panico quando si avverte che la fine è ormai prossima. Ben altro rispetto all'angoscia, da alcuni filosofi celebrata come una condizione emozionale - impassibile e un po' salottiera - che accompagna l'avvertimento del nulla!
Resta una differenza fondamentale, però, fra i due gruppi (purtroppo molto più ampi) di città o paesi: nel primo caso il terrore è un prodotto "artificiale" dell'uomo, quasi sempre un distillato di altissima tecnologia militare e di bassissima passione politica; nel secondo caso il terrore è prodotto da un evento naturale, che può semmai essere più o meno distruttivo a seconda dell'imprudenza umana (soprattutto a livello edilizio). Il male, il male umano, soprattutto quando è voluto, premeditato, addirittura pianificato a tavolino nei minimi dettagli è certamente il "disvalore aggiunto" che rende ogni disgrazia non solo cruenta, ma soprattutto profondamente ingiusta e intollerabile.
Il Natale di quest'anno - inutile nascondercelo - è un evento di speranza che ha come sorella minore la paura. Una paura che certamente può essere aggravata dal disinteresse, dalla distrazione, dall'indifferenza: non solo individuale, ma persino sociale, politica, mediatica. Anche il mondo dell'informazione ha gravi responsabilità nei confronti di questi eventi, se è vero che l'informazione non è, non può essere, non deve essere solo uno specchio; in qualche caso uno specchio che distorce, in qualche altro addirittura uno specchio che nasconde! 
L'informazione è anche inchiesta, reportage, denuncia, lavoro sul campo, minuzioso controllo delle fonti; non solo comodo lavoro di collage delle agenzie, fatto a tavolino, magari enfatizzando lo scoop per nascondere la povertà della ricerca. Anziché alimentare il sensazionalismo e cavalcare la paura, il mondo dell'informazione - se vuole servire la convivenza civile - non deve inzuppare il pane nelle disgrazie: le deve riconoscere, raccontare, contestualizzare, documentare…
Iniutile nascondersi che non è sempre così: nei confronti del fenomeno della guerra in Siria, leggendo la stampa sembra quasi che tutto sia esploso di colpo, dalla sera alla mattina, così, senza motivo. Instabilità politica, traffici di armi, errori diplomatici, strategie di destabilizzanti sono in realtà fenomeni che vengono da lontano, che potevano essere chiamati per nome e denunciati.
Nel caso del terremoto, vedo il pericolo opposto: sta mancando il dopo, non il prima. Forse perché il terremoto nel centro Italia è ormai una "non notizia": non ci sono state - per fortuna! - vittime, i danni non appaiono - a prima vista! - così "interessanti". Il lettore ha bisogno di macerie fumanti, di sangue, di strazio. Lo stato di sospensione agonizzante di molti borghi, dove si registra con sgomento un pericolo di emigrazione forzata e irreversibile; un patrimonio di edifici storici e artistici forse irrecuperabile; un microtessuto produttivo ferito a morte, che non sa come rialzarsi; un tessuto sociale sfilacciato e disorientato: queste realtà purtroppo interessano meno, sono una "non notizia". Il problema è vendere lo scoop: quello che c'era prima e ci sarà dopo non interessa troppo.
Quando la paura resta sola ed è ulteriormente mortificata dal disinteresse - il caso di Aleppo è emblematico - tutti avvertiamo, nel profondo, che alla sofferenza s'aggiunge l'umiliazione. 
È allora che abbiamo bisogno, più che mai, di un vero Messia bambino, che in realtà è già in mezzo a noi, che è sempre in mezzo a noi, non solo a Natale. Un Messia bambino per il quale ancora oggi, purtroppo, "non c'è posto nell'albergo" della nostra vita. 
Tornare ad "albergare" il Bambino che bussa alla porta della nostra vita: ecco un augurio di Natale che potrebbe non essere scontato.
Buon Natale a tutti!

giovedì 8 dicembre 2016

Sant'Agostino, da Ippona ad Annaba


Sant'Agostino non si scrive solo in latino
391, Ippona, Basilica pacis: Agostino, ormai tornato nel suo paese natale, Tagaste, da circa tre anni, entra nella cattedrale e il popolo improvvisamente lo trascina dinanzi al vecchio vescovo Valerio, chiedendogli per acclamazione che fosse ordinato sacerdote. La sua fama ormai lo aveva preceduto: era partito per l'Italia con grandi ambizioni di carriera ed era tornato profondamente cambiato dalla conversione alla fede cristiana. All'ordinazione seguirà la consacrazione episcopale e, fra il 395 e il 397, la successione a Valerio, che lo vedrà vescovo di Ippona fino alla morte (430). Da qui Agostino giocherà un ruolo straordinario come filosofo, teologo, interlocutore privilegiato del vescovo di Roma nella difesa della fede. Le sue opere andranno letteralmente a ruba. La prima parte delle "Confessioni" comincerà a circolare prima ancora che potesse portare a termine la sua opera più famosa.
Mare splendido
La luce dell'alba sul golfo di Annaba
Dal 28 al 29 novembre 2016, l'Università "Badji Mokhtar" di Annaba (nome moderno di Ippona), con il Patrocinio del Ministero dell'Educazione e della Ricerca scientifica, ha organizzato un Convegno internazionale sul pensiero di Agostino di Ippona nelle sue dimensioni locali e universali; un Convegno al quale ho avuto la fortuna di partecipare, come relatore e membro del Comitato scientifico.
La posizione di questa città di mare è unica: una insenatura stupenda, in cui si alternano la dolcezza delle spiagge e i panorami mozzafiato della montagna che precipita di colpo su un mare purissimo.
Annaba è una città grande e moderna, di circa mezzo milione di abitanti, con una università importante e dinamica, di circa 40.000 studenti.

Arrivando, la prima sorpresa è la luce.
È difficile comprendere la dottrina agostiniana della illuminazione senza aver visto la luce che accende il cielo africano. E Albert Camus, altro grande algerino, ha aggiunto che da questa luce dipende la bellezza del mondo.

I relatori (escluso il fotografo)
L'università

Il convegno, in cui si sono alternati ospiti stranieri (soprattutto americani) e docenti locali, promosso dalla Facoltà di Studi umanistici e Scienze sociali, è stato un evento unico, non solo per gli ospiti: sotto il profilo scientifico, ma ancor più come un esercizio di dialogo interreligioso e di autentico scambio culturale.

L'Algeria è un paese orgoglioso della propria indipendenza, conquistata nel 1962, dopo otto anni di guerra sanguinosa con la Francia, che ha provocato un milione e mezzo di vittime, circa un terzo della popolazione di allora, oggi cresciuta impetuosamente fino a raggiungere i 40 milioni.


La sorpresa più grande riguarda la popolazione studentesca, soprattutto femminile: ottima preparazione e conoscenza delle lingue, grande curiosità intellettuale, motivazione straordinaria, desiderio di crescere e d'imparare.

Sullo sfondo le rovine della Basilica pacis
In particolare mi hanno colpito l'alto numero di frequenza ai corsi di lingua e cultura italiana, la conoscenza attenta e appassionata del nostro paese.

La visita al sito archeologico dell'antica Ippona è fonte di emozioni straordinarie. La pianta della basilica lascia indovinare dimensioni importanti, in un'epoca lacerata da tensioni molto forti con i Donatisti, che di fatto, dopo la conferenza di Cartagine (412), provocano uno scisma doloroso, non privo (anche allora!) di risvolti nazionalisti.
Il rapporto tra Agostino e Donato (ad Annaba considerati entrambi santi) genera dibattiti appassionati ancora oggi.

L'abside e la cattedra episcopale

In fondo, al centro dell'abside, un modesto sedile in pietra evoca la cattedra del vescovo: di per sé un posto anonimo, inghiottito dalla storia, da cui in realtà si è levata una parola alta, appassionata e autorevole, che continua a interpellare ancora oggi credenti e non credenti.


All'esterno della Basilica, sulla sinistra, ci sono i resti evidenti del battistero: quattro colonne incorniciano un piccolo spazio quadrato, in cui si fronteggiano tre scalini, dove i catecumeni scendevano, per risalire dalla parte opposta come cristiani.


Il battistero
Il sito merita certamente di essere conosciuto e valorizzato. In tutto lo spazio all'aperto non è difficile scoprire tra l'erba pezzi di mosaico a cielo aperto che - una volta recuperati e restituiti all'antico splendore - potrebbero trasformare questo luogo in un sito unico al mondo, autentico patrimonio dell'umanità.
In un piccolo museo adiacente si possono ammirare mosaici di fattura squisita, statue, suppellettili di epoca romana e persino fenicia.

Mosaici straordinari
La moderna basilica di sant'Agostino domina da una collina adiacente il sito archeologico.

Eretta tra il 1881 e il 1907 e recentemente restaurata, la basilica è un interessante edificio in stile neomoresco e neobizantino, dove alcuni giovani padri agostiniani tengono viva la memoria del loro grande Fondatore.

In una lettera, Agostino scrive: “E’ una gloria più grande uccidere la guerra con la parola, anziché uccidere gli uomini con la spada e procurare o mantenere la pace con la pace, non con la guerra”. 

La nuova Basilica di Sant'Agostino

Una profezia che attraversa i secoli e raggiunge anche questo nostro mondo, in cui lo spazio del dialogo interreligioso e della fraternità continua ad essere troppo fragile, stretto tra i due estremi del fondamentalismo e dell'indifferenza.